sabato 24 giugno 2017

Recensione di "Il veleno dell'oleandro" di Simonetta Agnello Hornby

Buon pomeriggio lettori! Come va? L'estate è cominciata e sicuramente qualcuno di voi sarà già al mare sotto l'ombrellone, a sorseggiare un cocktail freddo, leggendo un buon libro, prima di tuffarsi nel mare azzurrissimo; oppure siete andati in montagna, a fare lunghe passeggiate nei campi, godendovi relax e tranquillità che solo certi luoghi riescono a infondere.
Io mi trovo ancora in una afosa Roma che, lentamente, si sta spopolando e sto cercando di sfruttare fino agli ultimi sgoccioli sia la mia energia mentale, che gli orari di apertura delle biblioteche per ultimare le ricerche, mentre si cerca di sgomitare in un mondo del lavoro che sembra proprio avere le porte serrate. Ma siamo fiduciosi...
Dunque, ho terminato di leggere il romanzo "Il veleno dell'oleandro" di Simonetta Agnello Hornby, di cui inserisco copertina e trama:


Trama: Pedrara. La Sicilia dei Monti Iblei. Una villa perduta sotto alte pareti di roccia tra l’occhieggiare di antiche tombe e il vorticare di corsi d’acqua carezzati dall’opulenza degli oleandri. È qui che la famiglia Carpinteri si raduna intorno al capezzale di zia Anna, scivolata in una svagata ma presaga demenza senile. Esistono davvero le pietre di cui la donna vaneggia nel suo letto? Dove sono nascoste? Ma soprattutto, qual è il nodo che lega la zia al bellissimo Bede, vero custode della proprietà e ambiguo factotum? Come acqua nel morbido calcare i Carpinteri scavano nel passato, cercano negli armadi, rivelano segreti - vogliono, all’unisono, verità mai dette e ricchezze mai avute. Tra le ombre del giorno e i chiarori della notte, emergono influenze di notabili locali, traffici con i poteri occulti, e soprattutto passioni ingovernabili. Le voci di Mara, nipote prediletta di Anna, e di Bede ci guidano dentro questo sinuoso labirinto di relazioni, rimozioni, memorie, fino a scavalcare il confine della stessa morte. Simonetta Agnello Hornby mette a fuoco, con la sapienza di una immaginazione maestosa, un micromondo che pare allargarsi, con un brivido, a rappresentare i guasti, le ambizioni e le ansie di liberazione dell’universo famigliare, tutto intero.


Avevo acquistato questo romanzo con tanta ispirazione e, purtroppo, mi sono ritrovata a forzarne la lettura per terminarlo. Non riesco a lasciare i libri a metà, anche se non mi piacciono e stavolta ho fatto veramente fatica. Già dall'inizio, gli eventi si susseguono in un lento cadenzare di azioni, avvolte da torbidi misteri. Al capezzale di Anna, signora della villa di Pedrara, si riuniscono Luigi, figlio avuto da Tommaso, Giulia e Mara, figlie acquisite e in realtà nipoti di Anna, zia che fece loro da madre sposandosi con il padre vedovo. Già inizialmente si scorge il primo rapporto "ingarbugliato" che si infittisce quando compare l'oscura figura di Bede Lo Mondo, il bel factotum dall'aura palesemente mafiosa e dalle tendenze sessuali veramente ambigue che lo condussero in passato a fuggire, rifugiandosi a Pedrara. Qui incontra Tommaso, che ama alla follia, e Anna, che ama allo stesso modo. Ma Bede ha loschi traffici con il clan mafioso di zona che si occupa di produzione di marijuana e di commercio di immigrati africani, alloggiati come spettri nelle grotte sepolcrali di Pedrara (che appaiono, chiaramente, come quelle di Pantalica, dove è ambientata tutta la narrazione).


Mara, tornata a Pedrara, è un'osservatrice acuta, la cui curiosità e, a volte, disgusto appaiono così forti da farla fuggire, rifugiandosi altrove, verso il lago, il giardino, gli oleandri rossi e in fiore. La ricerca del tesoro di nonna Mara, infatti, la condurrà a scoprire lati nascosti e oscuri della psiche di suo padre, ma anche delle perversioni di cui è vittima sua sorella Giulia.
Proprio mentre ogni cosa sembra precipitare, finalmente viene fuori il presunto tesoro... ma qualcosa non sembra procedere per il verso giusto.


Il finale si ricollega con l'inizio della narrazione, ovvero la morte in contemporanea di Anna e Bede, mentre un'altra parte riguarda un lieto fine agrodolce che interessa Mara più di ogni altro.

A mio avviso, la storia è risultata "pesante" per i numerosi intrecci famigliari che, spesso, mi hanno fatto perdere il filo. Inoltre, i flashback di Bede si inseriscono nella narrazione contemporanea troppo prepotentemente, mentre il lettorre vorrebbe andare avanti, procedere, capire quale mistero avvolga la famiglia Carpinteri. Infine, il nodo di tutto sta nei vari "gusti" sessuali ambigui che manifestano alcuni dei protagonisti e che, essenzialmente, dominano gli occultamenti di ricordi, prove e quant'altro. L'inserimento del traffico di droga e di immigrati clandestini è forse un tentativo di contestualizzazione odierno che però, a mio modo di vedere, non era completamente necessario, anche perché rivestono un ruolo veramente marginale.


Ho apprezzato soltanto la descrizione dei luoghi, di quella Sicilia che in parte scorre nelle mie vene, del profumo del mare, delle rocce assolate, dei paesaggi brulli alternati a macchie di verde e di colore, in tal caso il rosso dei bellissimi e velenosi oleandri. 


E a volte mi è parso di sentir scottare il sole sulla pelle, ricordando con un pizzico di nostalgia il maggio dell'anno scorso in Sicilia, tra Catania e Siracusa: gli angoli grigi e barocchi della prima ai piedi del vulcano; l'arenaria, i colori e il mare della seconda. 
Termino con alcune frasi e pensieri che ho apprezzato:


<<A scuola e nel lavoro devi obbedire. Con il resto, non devi mai dire di sì per educazione o per fare contento un altro. Quando vuoi una cosa, devi dire di sì; e devi dire di no, se non ti piace più. Ricordatelo>>.


<<"Aspettiamo... io ho sempre aspettato..." diceva la zia.
"Ma fino a quando?" Avevo bisogno di certezze.
"Quanto ci vuole. Si aspetta fino a quando è necessario. E nel frattempo si godono le cusuzze nostre">>.


<<Non ho mai smesso di essere felice, quando disegnavo>>.


<<"L'amore capita, non si pianifica. E quando si ama si dimentica il passato e il futuro. L'importante, te l'ho detto, è non fare il male">>.

giovedì 15 giugno 2017

Ritorno in Belgio durante una settimana di giugno...

Buonasera a tutti, amici! Riesco a tornare sul mio blog dopo qualche giorno ed è già un miracolo di per sé. Direi che, nonostante l'imprevisto finale che purtroppo è avvenuto (e di cui non parlerò per riservatezza), sia opportuno narrare del mio secondo viaggio in Belgio.
Devo essere sincera? Non vedevo l'ora di tornare! A novembre scorso avevo sulle spalle il mio pc con la tesi, non mi ero goduta nemmeno un minuto in treno, non avevo visto i meravigliosi paesaggi verdeggianti che mi circondavano perché avevo gli occhi puntati sul mio lavoro e avevo dormito pochissimo, trascorrendo le mie notti accanto a un termosifone d'hotel che scaldava troppo poco per quella temperatura gelida mentre le dita ticchettevano sulla tastiera. Poi la discussione c'è stata, sono trascorsi alcuni mesi ed è arrivata la mia adorata estate. Nello zaino stavolta ho inserito solo la macchina fotografica, un blocchetto e tanta voglia di esplorare e conoscere una cultura diversa dalla mia.
La prima tappa è stata Bruges. Quante volte l'ho vista dalle foto che circolano nel web, quante volte ho desiderato affacciarmi da quei ponticelli in mattoncini rossi e osservare le placide acque solcate dalle barche di turisti affascinati quanto me. E infine è accaduto. Mi sono ritrovata lì, dopo 1 ora e 24 di treno (in piedi... quel giorno era affollatissimo). Inizialmente un po' spiazzata, mi sono procurata una mappa che, alla fine, ho guardato molto poco. Ho preferito seguire le guglie di una cattedrale che faceva capolino dai tetti: la Sint-Salvatorskathedraal, dove l'aguzzo gotico bianco e nero lasciava intravedere le tombe dipinte di XIV secolo.



Non ho seguito la via principale con i negozi, preferendo percorrere le stradine interne insieme al flusso di turisti curiosi che si dirigevano verso la Chiesa di Nostra Signora - purtroppo in restauro -, il Museo Archeologico e i primi ponticelli che accoglievano gruppi di timidi cigni immersi nelle acque azzurre.


Nei paraggi hanno cominciato ad apparire le prime botteghe ricche di merletti, ricami e pizzi, proseguendo una tradizione che mi ha ricordato quella di Burano.


Accanto a questi luoghi di un'altra epoca che profumavano di lavanda e camomilla dei sacchettini preparati con cura, vi erano cioccolaterie e negozietti in cui era possibile osservare la lavorazione delle caramelle... e mai mi sarei immaginata che la pasta di zucchero potesse essere impastata come il pane.


Prima di una piccola svolta, ecco in un angolo un diamante appeso, insegna del Museo del Diamante. Bruges, come Anversa, si dedica alla lavorazione di questi preziosi gioielli.


Proseguendo la passeggiata, tra tavolini colorati e arricchiti con fiori di ogni tipologia, eccoci giungere in un immenso parco, dominato da un lago e da tantissimo verde. Cigni, germani reali e anatroccoli, gazze, cavalli, salici, malva, lavanda e un tripudio di colore contribuivano a far sì che il Minnewater Park (parco degli innamorati) sembrasse emerso da una favola.



A poca distanza, si estendeva il silenzioso e magnifico Begjinof (Beghinaggio), composto da una chiesetta e da tantissimi piccoli alloggi, disposti su due piani, dalle finestre grandi, dai mattoni bianchi e dalle tegole rosse.


Ovviamente sarebbe occorso più tempo per visitare tanto altro - tra cui la Basilica del Santo Sangue - ma sono stata felice così... e avrò altro da vedere quando tornerò.
La seconda tappa è stata Gent. La stazione è abbastanza distante dal centro storico, quindi è stato necessario prendere il tram che si ferma immediatamente sulla piazza in cui si affacciano monumentali la Cattedrale di San Michele, quella di San Nicola e più in lontananza quella di S. Bavone.




Si percepisce un'atmosfera medievale, che prosegue tra i vicoli, costeggiando il lungo fiume e inoltrandosi in uno spazio di arte contemporanea: la cosiddetta via dei murales, dove il colore è l'elemento dominante insieme all'allegria dell'arcobaleno che si sprigiona dalle pareti.


Il luogo che sicuramente consiglierei di visitare è Gravensteen, ovvero il castello dei conti di Fiandra: scale a chiocciola, luci e ombre che si alternano, mentre in una sala si svolge un combattimento in stile medievale; le merlature delle mura, le torri che permettono una visuale magnifica sulla città, il vento che soffia sul prato verdissimo, la sala con gli strumenti di tortura (su qualcuno mi sono soffermata, sono sincera...), quella con le spade e le armature, fino alla cappella in cui domina una luce dorata proveniente dalla grande finestra cruciforme centrale, immergendo l'ambiente in un'atmosfera spirituale d'altri tempi.







Nei pressi di Gravensteen non poteva mancare una cioccolateria tipica, in cui i boccali traboccavano di cioccolata artistica di ogni tipologia e colore, ma non posso dimenticare il profumo... se ci ripenso, avrei voglia di tornare solo per un assaggio.
Infine, si torna a Leuven, la piccola cittadina universitaria, sede della KU (Katholieke Universiteit), che ancora aveva numerosi angoli da scoprire e da ammirare, come il Sint-Donatus Park (Parco di San Donato) con la sua torre immersa nel verde, il laghetto e la piccola cascata artificiale.




Devo dire però che la passeggiata nell'orto botanico è stata meravigliosa, nonostante il tempo pazzerello e qualche goccia di pioggia. Il lago con le ninfee sembrava uscito da un quadro di Monet e le zone ombreggiate, create da alberi dal tronco intrecciato oppure dall'acero giapponese, immergevano il tutto in un clima fiabesco.





Vi è un'unica scelta che non ho condiviso perché mi appare un tantino pericolosa: gli alveari di api senza protezione, vicino al percorso di visita.


Non poteva mancare la visita alla Biblioteca universitaria, con tour delle sale e scalata della torre campanaria, alla scoperta della storia di Leuven, data alla fiamme dall'ignoranza nazista e ricostruita successivamente.




Infine il Gran Beghinaggio, patrimonio UNESCO, ha costituito l'ultima tappa di questo viaggio che sarebbe dovuto durare una giornata in più. Proprio tra le viuzze di sanpietrini e casette tipiche, con l'odore di brace a guidarmi, mi sono imbattuta in una famigliola di germani reali... o meglio, la mamma con la covata di anatroccoli. Uno spettacolo veramente tenero.




Tornando indietro, le luci della sera illuminavano di una calda luce giallognola il Municipio e la Cattedrale di San Pietro, mentre i tavoli dei ristorantini iniziavano a riempirsi.
Ho già in mente qualche altra meta per un prossimo eventuale viaggio nelle Fiandre... ma sarà una sorpresa, qualora ci fosse in futuro.
Voi siete stati in Belgio? Se ancora no, vi consiglio di intraprendere un viaggetto, anche di una sola settimana per scoprire questi luoghi incantati.

p.s. Le foto sono state scattate TUTTE dalla sottoscritta. Ne detengo perciò ogni diritto e ne è vietata ogni forma di riproduzione.

mercoledì 31 maggio 2017

Recensione di "La signora dei gelsomini" di Corina Bomann

Buongiorno cari lettori! E' da un bel po' che non scrivo sul blog, ma il tempo purtroppo è limitato e a volta mi piacerebbe poterlo rallentare.
Ho appena terminato di leggere "La signora dei gelsomini" di Corina Bomann, autrice tedesca, di cui avevo già divorato "L'isola delle farfalle".


Trama: Il sogno d’amore di Melanie sta finalmente per realizzarsi: in estate sposerà Robert e cercherà di diradare i viaggi di lavoro che troppo spesso la tengono lontana da lui, magari anche in vista della famiglia che ha sempre desiderato. Una terribile notizia però la accoglie al suo rientro dal Vietnam: poche ore prima, Robert ha avuto un grave incidente d’auto e ora è in coma. Devastata dal dolore, Melanie cerca conforto nella villa di campagna della bisnonna Hanna. A 96 anni, perfettamente lucida e avvolta in una elegante veste vietnamita, Hanna sa bene quali terribili prove può riservare l’esistenza, e decide di svelare per la prima volta la sua storia, accompagnando Melanie in un viaggio straordinario e scioccante: dall’infanzia nell’esotica Saigon, dove Hanna fu separata a forza dall’amata sorella adottiva, alla giovinezza perduta nella Germania degli anni Venti, dove vivrà un amore immenso e difficile, per poi cercare un nuovo inizio a Parigi come disegnatrice di cappelli. Una vita piena, costellata di dolori ma anche di doni inaspettati: il segreto di Hanna è aver avuto la forza di non arrendersi mai. Riuscirà Melanie a trovare il coraggio di seguire le orme della bisnonna? È possibile continuare a lottare, quando la vita sembra averti strappato tutto quello che ami?


Sono tante le storie che si intrecciano tra le pagine di questo romanzo, tanti i fili del destino che si ingarbugliano senza lasciare scampo, trovando come protagoniste due donne molto forti: Melanie e Hanna. Melanie è la pronipote di Hanna, è una fotografa affermata e gira il mondo regalando scatti meravigliosi; Hanna è la bisnonna di Melanie, gestisce un museo di moda con sua figlia Marie, è una stilista e nasconde un passato ricco di segreti.
A causa del tragico evento che coinvolge Robert, il fidanzato di Melanie, quest'ultima si ritirerà nella villa di campagna di Hanna e Marie, cercando conforto e pace. E' proprio in questa occasione che, rovistando in soffitta, Melanie comincia a scorgere alcuni piccoli indizi, rivelatori del passato della sua bisnonna in Indocina. Hanna, a 96 anni, non ha mai confidato a nessuno tutta la verità, neppure a sua figlia Marie e inizia perciò un racconto che si svolge nel lontano 1917 a Saigon, quando vi era la dominazione francese. 


Hoa Nhài (Hanna) era figlia di un diplomatico, viveva nell'agio e aveva la fortuna di potersi avvalere di un'istruzione, mentre in alcune zone di Saigon regnava la povertà, la delinquenza e la prostituzione. Un giorno Hoa Nhài incontra Thanh, una ragazzina povera, con la mamma malata, che vive nel quartiere dei pescatori. Hoa Nhài esce dal suo mondo dorato e per la prima volta inizia a vedere la realtà in tutta la sua crudezza. Le due bambine sono molto legate e, dopo una serie di circostanze, diventano persino sorelle, ma hanno una mentalità diversa da quella imperante in Indocina: non vogliono contrarre un matrimonio combinato. Vogliono studiare, vedere il mondo... Thanh ha anche le idee ben chiare: vorrebbe diventare un medico.


Quando il patrigno di Hoa Nhài decide che la ragazza avrebbe sposato il figlio di un mercante di stoffe, Hoa Nhài e Thanh pensano di fuggire per cambiare il proprio destino. Ma quella notte non tutto andrà per il verso giusto. Le due vengono adescate dai commercianti di donne e separate, forse per sempre.
La storia prosegue con Hoa Nhài, condotta in Germania, nella Casa Rossa, un bordello gestito dal crudele Hansen. La ragazza cambia il suo nome in Hanna, dopo la sua prima disgraziata notte trascorsa con un uomo che abusa di lei, lasciandola in fin di vita. Per anni è costretta a vendere il suo corpo, finché riesce a fuggire. Aiutata dalla fortuna che sembrava averla abbandonata, Hanna inizia a lavorare come guardorobiera in una Ballhouse, un locale dedicato al ballo, dove incontra Laurent, il suo più grande amore.
La crudeltà subita sembra essere stata dimenticata e finalmente Hanna può progettare una vita insieme all'uomo che ama, guadagnando anche come fotomodella, ma il passato torna con malvagità a perseguitarla.


Una nuova fuga, stavolta a Parigi, e la sua vita cambia ancora. Hanna diventa una sarta, poi stilista di cappelli... e la sua storia è destinata ancora ad intrecciarsi in una fitta rete di coincidenze e colpi di scena, proprio mentre è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale e le idee di Hitler seminano odio e distruzione.
Hanna vive tutta la sua esistenza domandandosi cosa ne sia stato di sua sorella acquisita, Thanh... e il destino, ancora una volta apparentemente benefico, rivelerà un finale dolce-amaro.

Sono stata decisamente incollata alle pagine di questo romanzo. La vita di Hanna è meravigliosa e al tempo stesso molto straziante. Ma Hanna è una donna forte. Non si è scoraggiata, procedendo a testa alta e con dignità, nonostante le angherie subite e affermandosi nel mondo, trovando infine la sua strada.
E perché "La signora dei gelsomini" vi chiederete? Il titolo è legato a una storia, quello di due sorelle e di un ramoscello di gelsomino che avrebbe dovuto portare fortuna...


Non rivelo di più, forse ho già scritto troppo, ma è una storia così bella che Corina Bomann si conferma come una delle mie autrici preferite insieme a Lucinda Riley, impostando i romanzi tramite l'utilizzo di cornici esotiche e al comtempo con ville favolose immerse nella natura, intessendo poi la trama con oggetti del passato e tanti ricordi.
E' un romanzo drammatico, commovente e romantico, decisamente da consigliare.

La prossima lettura in cantiere sarà "Il veleno dell'oleandro" di Simonetta Agnello Hornby.
Stavolta il delicato, candido e odoroso gelsomino ha lasciato il posto al colorato e velenoso oleandro...

mercoledì 19 aprile 2017

Recensione di "Il nostro amore è per sempre" di J. Patterson e E. Raymond

Buonasera amici! E' tardi, è mezzanotte passata, ma dopo le feste sono (forse) un po' più riposata da riuscire a tenere gli occhi aperti almeno per qualche minuto oltre il consueto crollo in stile Bella Addormentata (senza Principe Filippo).
Eccomi qui, dunque, a scrivere la recensione di "Il nostro amore è per sempre" di James Patterson in collaborazione con Emly Raymond.
Ero uscita da una delle mie assurde mattinate di ricerca in biblioteca e le mie gambe mi hanno di nuovo condotta in una libreria. Non ne ho potuto fare a meno. Mi piace scorrere qualche titolo, vedere quali siano le nuove uscite, i romanzi più recensiti e consigliati, e anche quelli incartati (parlo di LaFeltrinelli). Come sempre, ero ispirata da una decina di titoli che si aggiravano tutti sui 15 euro di copertina, prezzo un po' elevato per i miei ultimi standard. Ho preferito guardare tra gli economici. Alla fine, copertina rigida o copertina morbida non fa differenza: quel che conta si trova tra le pagine.
Ed ecco qui che mi sono ritrovata tra le mani "Il nostro amore è per sempre".


Trama: Axi Moore è una «brava ragazza»: studia, è riservata e non dice a nessuno che il suo desiderio più grande è scappare da tutto. L’unica persona con cui si confida è Robinson, il suo migliore amico, di cui, anche se non lo ammetterebbe per nulla al mondo, è anche pazzamente innamorata. Senza di lui non avrebbe senso fare quel che sta per fare: partire per un viaggio on the road. Di nascosto dal padre, abbandonando la scuola a poche settimane dagli esami. Solo Robinson può capire veramente il senso di questa esperienza. E con Robinson il viaggio si trasforma in una grande avventura, al suono delle musiche che amano, alla luce delle strade che percorrono, al ritmo dei loro cuori che battono. Un’avventura che sfugge a ogni regola e anche al loro controllo. Un’avventura indimenticabile… Intenso, romantico, emozionante, «Il nostro amore è per sempre» parla al nostro cuore. Tutti conosciamo la forza dirompente del primo amore.

Non voglio passare per una persona insensibile o sempre critica, ma devo dire che da questo romanzo mi aspettavo: 1. un'altra storia; 2. qualcosa di meglio, almeno nella prima parte.
La storia è raccontata da Axi, la brava ragazza che decide di infrangere le regole e di partire alla scoperta di quei luoghi che ha sempre desiderato visitare. Nella sua avventura si fa accompagnare dal suo migliore amico, Robinson, che per nulla al mondo lascerebbe.


Inizia così un viaggio scatenato, che vede i due fuggire dalle catene di una piccola realtà, rubando moto, auto e pickup per poter attraversare più rapidamente quegli immensi stradoni americani.


Las Vegas, Detroit, San Francisco, il bosco di sequoie... tantissimi luoghi che Axi aveva solo sognato si materializzano sotto i suoi occhi. Ed è insieme a Robinson perché è questo che nel suo cuore conta davvero. 


Proprio quando però i sentimenti si rivelano in tutta la loro intensità, c'è qualcos'altro, infido e sotterraneo che rovina ogni cosa... il futuro e le speranze sembrano vane. Allora forse si comprende quell'ansia di vivere, quella voglia di libertà, di essere scalmanati e di non pensare troppo. Quella volontà di prendere al volo ogni occasione perché potrebbero non esserci molte altre probabilità per vivere tutto questo più di una volta.


Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima non ho percepito molto, a parte l'irruenza tipica degli adolescenti. Quella voglia di fare, di andare, di lasciarsi tutto alle spalle tanto il mondo proseguirà a deludere... Avrei preferito però una maggior descrizione di luoghi visitati, una narrazione dettagliata delle sensazioni provate, cosa che invece non ho trovato tra quelle pagine. Sono sincera se dico che mi stavano anche un po' annoiando, se non fosse che ero pervasa dalla curiosità di conoscere l'interario completo.


La seconda parte si risolleva, esclusivamente perché il tragico avvenimento che coinvolge i due protagonisti conferisce senso alla fuga apparentemente immotivata della prima parte. E' allora che subentra il pathos, la sofferenza, la caducità della vita, la riflessione. Elementi questi che, a mio avviso, avrebbero potuto essere inseriti più armonicamente nello svolgimento della storia, senza effettuare un distacco così netto tra le due parti della narrazione. Nella seconda, infatti, ci sono pensieri e parole che appaiono di una maturità nettamente superiore e non attribuibile all'età dei due ragazzi.
Tuttavia, è un romanzo da leggere, certamente non il migliore di cui abbia sfogliato le pagine negli ultimi mesi, ma abbastanza bello. Ho segnato alcune frasi che mi sono piaciute... eh sì, perché anche io sono un un tantino romantica dietro questa scorza da dura.

<< Avrei avuto tutto quel che il denaro può comprare, ma non sarebbe stato come avere tutto quel che desideravo. Non ci sarebbe andato nemmeno vicino.>>


<<[...] non riuscivo nemmeno a trovare le parole per dire a un ragazzo che ero innamorata di lui. Che quando lo guardavo negli occhi mi sentivo annegare e salvare, nello stesso tempo. Che, se avessi dovuto scegliere tra morire domani e vivere il resto della mia vita senza di lui, avrei seriamente pensato di scegliere la morte immediata. Ero spaventata da quello che provavo. Ma era solo per questo che mi risultava così difficile dirglielo? Oppure temevo di non essere corrisposta? Sì, era decisamente questo a spaventarmi di più.>>


<<C'era un'altra cosa di cui non avevo tenuto conto ed era la possibilità di innamorarmi, velocemente e irrevocabilmente come si precipita da una scogliera, e accorgermi che amare qualcuno poteva significare aver voglia contemporaneamente di picchiarlo e abbracciarlo, e magari anche doverlo veder morire. No, di questo non avevo tenuto conto.>>

Al momento è tutto. La prossima lettura sarà "La signora dei gelsomini" di Corina Bomann. Vedremo dove mi condurrà stavolta l'autrice tedesca. Buona notte!