lunedì 11 dicembre 2017

Recensione di "Quattro tazze di tempesta" di Federica Brunini

Buonasera a tutti amici lettori! Spero non abbiate abbondonato il mio blog. Vorrei essere più presente, ma gli impegni sono tanti ed è difficile rimanere molte ore davanti al pc.
Durante questo mio ultimo viaggio in Belgio alla "ricerca" dei mercatini di Natale più carini e luminosi, ho portato con me il romanzo "Quattro tazze di tempesta" di Federica Brunini.



Trama: Viola vive in un paesino del Sud della Francia, in una grande casa che divide con la sua cagnolina Chai. Ha un negozio di tè provenienti da tutto il mondo. La sua passione è trovare la miscela giusta per le emozioni di ogni cliente e inventare ricette gourmandes a base di tè. C’è un infuso per ogni stato d’animo, e lei li conosce tutti: strappa-sorrisi, leva-paura, antimalinconia, sveglia-passione, porta-gioia, tè abbraccio... Per il suo compleanno, Viola raduna sempre a La Calmette le sue tre amiche storiche per un rendez-vous a base di chiacchiere, relax, bagni di sole e profumo di lavanda. Quest’anno, però, è diverso. Nonostante la gioia di rivedere le amiche, Viola è tormentata dal dolore per la morte del marito. Mavi, l’unica mamma del gruppo, è perennemente stressata. Chantal, insegnante di yoga in cerca del suo posto nel mondo, è insicura del compagno, molto più giovane di lei. E Alberta, un architetto in carriera, è distante, troppo presa dal lavoro e da un nuovo, misterioso amore. Nessuna delle quattro donne sembra essere la stessa che le altre conoscono, o credono di conoscere. Ognuna cova dentro di sé un’inaspettata inquietudine, che monta di ora in ora come una tempesta fino a scoppiare all’improvviso davanti alla torta di compleanno di Viola e alla sua ignara assistente Azalée. Tra illusioni e delusioni, rimpianti e rivincite, lacrime e risate, le quattro donne si confronteranno con i loro sogni di ragazzine e le realizzazioni più o meno mancate dell’età adulta. E attraverseranno la tempesta per uscirne trasformate e più forti.

Ho sfogliato le pagine della vita di Viola, Alberta, Chantal e Mavi mentre il treno percorreva le verdeggianti e a tratti gotiche campagne del Belgio, in direzione Bruges. Ho voltato quelle pagine e i sentimenti di tutte queste donne e amiche sono emersi pian piano, sorseggiati proprio come una calda tazza di tè (di cui avrei tanto avuto bisogno peraltro).


A "La Calmette", casale di campagna dove ormai abita Viola, immersa in un'esistenza che riesce a trovare pace e sollievo soltanto nelle foglie di tè, si riuniscono le sue amiche Mavi, Alberta e Chantal, proprio in occasione del suo quarantesimo compleanno. E' ormai un rito che tutte e quattro attendono con ardore, per ritrovarsi, per stare insieme e confidarsi ogni anno. Eppure è proprio quel tempo trascorso, quelle esperienze vissute o rimaste a metà ad averle fatte maturare, riflettere e, talvolta, ad aver fatto porre quell'interrogativo cui ognuno di noi prima o poi va incontro: era questa la vita che desideravo condurre?
E allora Mavi è alle prese con marito, bimbo, lavoro e sogni che sono rimasti in un cassetto; Chantal frequenta un fidanzato di 10 anni più giovane di lei, affrontando sciocche convenzioni maschiliste e tentando di trovare relax praticando yoga; Alberta, un animo libero che non si ferma mai, ha in realtà bisogno di quell'affetto che ha cercato un po' ovunque. Infine Viola, ex modella, dal fascino indiscutibile, si è ritirata da anni, in preda al rimorso colpevolizzatasi della morte del marito che tanto adorava.


Tra "se", "ma", "come" e "perché?", Federica Brunini ci presenta le sue quattro ragazze che, nonostante le incrinature, i litigi, il dolore, riescono comunque a trovare la forza per proseguire, risolvere le questioni rimaste in sospeso, andare avanti e guardare in faccia il futuro.
Il romanzo è scorrevole e la narrazione estremamente realistica poiché tratta di normalissime donne, come me o voi lettrici, adesso o tra qualche anno.
Le ultime pagine sono dedicate alle varie miscele di tè adatte a qualsiasi stato d'animo, esattamente come quelle realizzate da Viola nel suo laboratorio. E' un'ottima occasione per provarle!


E ora alcune frasi tratte dal romanzo che ho amato, mi hanno fatto riflettere e sorridere.

<<"Non ci sono cure per il cuore, quando fa male," le confidò. "E a volte fa male per sempre [...]">>


<<Viola aveva sempre evitato liti, confronti, disaccordi. Li scansava, li aggirava, passava oltre con eleganza, senza infierire né, soprattutto, farsi scalfire. Alberta, invece, era nata sotto il segno della polemica. E aveva coltivato, negli anni, la tendenza a guerreggiare con tutti: famigliari, amici, amiche, fidanzati, colleghi. Aveva vissuto armata, sempre pronta a dare battaglia. Quelle poche volte in cui si era concessa di deporre lo scudo le avevano causato dolore, perdite, ferite. Così aveva cercato di proteggersi con una corazza invisibile ma resistente, costruita maglia su maglia contro delusioni, illusioni, sconfitte grandi e piccole>>.


<<"Si ricordi: spesso un momento restituisce ciò che molti anni hanno tolto">>.


<<Era un'anima, la sua, levigata dalle intemperie. Quanto pesava? Venti, trenta o cinquanta grammi? S'immaginò di sfilarsela via dal petto e di metterla sulla bilancia, come faceva con le foglie di tè. Ce n'era abbastanza per riempire una teiera, si disse. Ed era una miscela salata, come lo sono le lacrime. Amara come la delusione. Aspra come la sconfitta. Pungente come il dolore: il tè dell'anima non è mai di facile degustazione. Soltanto i pochi palati raffinati dalle asperità della vita possono apprezzarlo in tutta la sua inquieta pienezza, senza aggiungervi né miele né zucchero, concluse, avviandosi nella stanza da bagno gialla.>>


<<La vita non è che una lunga e continua guarigione dalle proprie piaghe>>


<<"Quante cose fanno le mani! Ci pensate mai? Fanno l'amore, la guerra, il cibo. Sporcano e puliscono, distruggono e costruiscono, accarezzano e schiaffeggiano. Sono la parte più multitasking del corpo. Sono femmine, le mani. Sono madri. Non credete? Sopravvalutiamo il cuore, il cervello, gli occhi. Invece sono le mani a fare tutto, queste dieci dita apparentemente fragili [...]">>


<<"Quando la paura è più grande di te, puoi fare una cosa sola: attaccarti a ciò che hai e sperare di salvarti">>.


mercoledì 22 novembre 2017

Archeologa in visita a Mechelen (Malines) in Belgio... con aggiunte varie ed eventuali

Buonasera amici, eccomi di nuovo qui, sul mio spazio personale, un po' impolverato forse, ma sempre magico e confortevole.
Avevo intenzione di scrivere qualche ora fa, ma ho trascorso la mia giornata al pc a studiare e a "comporre" un articolo, prendendomi poi un po' di riposo solo per il tempo di guardare "Tomb Raider: la culla della vita" in tv. Era da un'eternità che non mi rivedevo Lara Croft, alias Angelina Jolie, in giro per il mondo con Terry, alias Gerard Butler... e pensavo che chiamarla "archeologa" è davvero qualcosa di assurdo.


Premettendo che sono stata spesso soprannominata "Lara Croft", a detta degli autori di simile trovata per la somiglianza fisica, per la curiosità che mi contraddistingue, per il fatto di aver giocato a tutti i Tomb Raider (il che fa di Lara, quella del videogame, una mia eroina) e infine per le mie "gite" in catacomba, anche a me piacerebbe avere milioni di euro a disposizione per affittare un elicottero invece di prendere il bus, acquistarmi una bella Ducati (rigorosamente blu scura), avere un paio di Uzi al fianco che di questi tempi non si sa mai (ovviamente si scherza) e un notevolissimo Gerard Butler a farmi da spalla.
Invece la VERA archeologa si ritrova, spesso in maniera poco fashion, con scarponi da cantiere, con i pantaloni sporchi di terra, la trowel in una fondina appesa a una cinta sgangherata, uno zaino che neanche quello di uno scalatore, accompagnata al massimo da un collega che di Gerard Butler non si ritrova nemmeno un'unghia (scusate colleghi, ma il campo dell'archeologia dà poche soddisfazioni per le donne). E non è tutto. Questa era la mia vita precedente, quella in cui scavavo sul serio, partecipavo a campagne universitarie ed ero felice di sguazzare tra strati, terra e cocci con la mia fedele matita e il foglio millimetrato per i rilievi. Da qualche anno a questa parte, ahimé, trascorro l'80% del mio tempo in giro per Roma tra archivi polverosi e biblioteche; rare volte mi è capitato di andare a fare sopralluoghi. Il tutto rigorosamente GRATIS.
Ma questa è l'Italia, lo sappiamo. E sappiamo anche che ai nostri governanti non importa un beneamato cavolo della cultura, tantomeno dei giovani LAUREATI (attenzione fautori del Jobs Act: non diplomati - con tutto il rispetto - ma laureati, con la L, ok?), per cui si preferisce far crollare a pezzi un sito archeologico piuttosto che assumere personale per il restauro e la conservazione, oppure si decide per la chiusura dei musei perché di archeologi e storici dell'arte non se ne parla.
Lara Croft è perciò solo un soprannome perché in comune con lei ho giusto l'iniziale del cognome e un po' di somiglianza fisica-caratteriale. Tutto l'importante contesto è pura utopia. Gli archeologi non viaggiano fino in capo al mondo per salvare l'umanità da minacce causate dal possesso di un fantomatico manufatto leggendario.
Bene, quest'ampia premessa a cosa serviva? In realtà a nulla di realmente utile. Mi ero prefissa lo scopo di narrarvi della mia avventura a Mechelen (Malines) in Belgio, vissuta una settimana fa, al freddo e al gelo. A dire il vero, sono quasi rimasta congelata il giorno prima ad Antwerpen (Anversa).


Era domenica, mia sorella si era messa in testa di comprare l'albero di Natale in anticipo e si è deciso per una gita ad Anversa... ma la domenica i negozi sono totalmente e irreparabilmente chiusi in Belgio. Il bellissimo store natalizio, visto l'anno scorso (sempre con il pc+tesi di dottorato maledetta in spalla), aveva lasciato il posto a un grande magazzino di abbigliamento.


Con un po' di delusione, non è mancata comunque una passeggiata, approdando in un ristorantino davvero carino - De broers van Julienne - in cui siamo stati allietati da una quiche veramente deliziosa (con brie, pomodorini e altre prelibatezze).


Ma qualche goccia fuori cadeva... ed era una pioggia gelida che preannunciava le più potenti folate di vento che abbia mai sentito in vita mia. Gli ombrelli erano inutili (e si rompevano), la gente non riusciva a camminare e il rifugio più quotato è stata la cattedrale.


Attendendo un attimo di calma, il ritorno verso la stazione è apparso più sensato, percorrendo però le stradine interne, in modo che la furia del vento si smorzasse.
Dopo essermi tranquillamente presa un mal di gola, il giorno dopo si decide di visitare Mechelen. Già dal treno si intravedevano tra i tetti le guglie appuntite di una cattedrale e la sua torre vicina, così come le tipiche casette a schiera delle Fiandre.


Tuttavia, il centro storico non è vicinissimo alla stazione. Per arrivarci, bisogna percorrere uno stradone fiancheggiato da mille negozi, anche molto belli (se si ha intenzione di fare shopping, Mechelen è consigliata), mentre i ristoranti in proporzione erano veramente pochissimi.
Ho avuto modo di vedere di sfuggita un Flying Tiger (che avrei letteralmente saccheggiato di oggettini per le mie creazioni), Hema (genere Tiger, più grande), H&M (abbigliamento ed home) e poi tante altre marche.
Fuoriuscita dalla selva di negozi, si giunge finalmente alla piazza principale con lo Stadhuis (municipio) da una parte e la cattedrale dall'altra.




Non ho potuto fare a meno di tirar fuori la macchinetta fotografica e scattare mille ricordi, ma ovviamente la curiosità di entrare nella maestosa chiesa non poteva attendere. Recandomi verso l'entrata, scorgo una statua a forma di gufo o forse di civetta. Sta di fatto che, ricordandomi Edvige di Harry Potter, mi sono messa in posizione, immortalando statua, cattedrale e me stessa.


La cattedrale è magnifica, in pieno stile gotico Brabantino che caratterizza un po' tutti i monumenti di questo genere che ho visitato (Sint Pieterskerk di Leuven, la cattedrale di Nostra Signora ad Antwerpen, quella di Gent, di San Salvatore a Bruges...). Le volte sono altissime, la pianta è divisa in tre navate suddivise da pilastroni e l'ambone è di una tipologia particolare e scolpita con vere e proprie scene in 3D. Oltre ciò, vi è la cripta, il percorso intorno l'abside con cappelline che la costellano e un immenso coro ligneo.




Immediatamente fuori la cattedrale, vi è un giardino, il cui sotterraneo è stato usato come parcheggio interrato. Il cartello illustrativo parla però di un cimitero medievale annesso alla chiesa che venne ritrovato a scavato. Già avevo sperato in un esempio di musealizzazione particolare... e invece le scale scendono solo al parcheggio. Che peccato... la mia vena archeologica aveva già fatto capolino.


Non troppo distante vi era invece un centro culturale, circondato da un canaletto in cui vi erano addirittura gli zampilli d'acqua funzionanti (e ti sorprendi, quando a Roma ci sono fontane chiuse da anni).



Passeggiando e pensando di avere un punto di riferimento, mi sono persa e no, non avevo una mappa (sono una furba, lo so). Google maps non ha fatto che peggiorare la situazione, finché ho deciso di entrare in un albergo e chiedere.
Dopo aver visto da fuori (perché chiusa) la chiesa di Nostra Signora oltre il Dije e alcuni splendidi murales, seguendo le indicazioni, ho costeggiato il canale mentre la sera iniziava a calare, fino al ponte, dove la stazione mi osservava impietosita di me e del mio pessimo senso dell'orientamento.




Non ho visitato molto altro. Sono stata pochi giorni, ma le Fiandre sono sempre lì a incuriosirmi.
Tra le prossime mete per un viaggio futuro ci sono Mons, Namur e forse Liegi... aggiungo Ostenda solo se tornerò in estate, altrimenti il vento del mare del Nord mi ridurrà a un ghiacciolo.
Questo è tutto! Buona notte e a presto!

p.s. le foto sono state scattate dalla sottoscritta proprietaria del blog, eccetto quella relativa al film "Tomb Raider". Ne detengo ogni diritto ed è severamente vietato pubblicarle.

giovedì 2 novembre 2017

Recensione di "Quell'appuntamento segreto a Parigi" di Caroline Bernard

Buongiorno a tutti amici! Ritorno sul mio blog con la recensione dell'ultimo romanzo che ho letto.
Si tratta di "Quell'appuntamento segreto a Parigi" di Caroline Bernard, che avevo iniziato a sfogliare quasi un mese fa, ma ormai la sera purtroppo crollo inevitabilmente tra le braccia di Morfeo. Non sono quindi riuscita a terminarlo in tempi più brevi, come invece avrei voluto.
Ecco copertina e trama:


Trama: Parigi, 1928: Vianne sogna di diventare una botanica e di lavorare nel prestigioso Jardin des Plantes di Parigi. Quando a un certo punto s’innamora di un pittore emergente, David Marlowe Scott, e si immerge con lui nell’abbagliante atmosfera bohémienne frequentata dall’avanguardia francese, la fortuna sembra sorriderle. Non solo diventa la musa di David, ma conosce anche quello che presto sarebbe diventato il direttore dell’Istituto botanico, che è in cerca di un’assistente. Vianne viene assunta, realizzando così il suo sogno. L’arrivo della guerra, però, porterà distruzione non solo nella vita di una nazione, ma anche in quella privata di Vianne e David… Molti decenni dopo, Marlène è a Parigi, per festeggiare con Jean-Louis l’anniversario di matrimonio. Si trova al Museo d’Orsay quando s’imbatte in un dipinto, Dopo il ballo, di David Marlowe, in cui è ritratta una donna che le assomiglia come una goccia d’acqua. Chi è quella donna? Marlène cerca di far luce sulla sua identità, fino a scoprire la storia di Vianne, il suo legame con lei e un passato che nessuno le ha mai raccontato…

Vi siete mai trovati in un museo ad osservare rapiti lo sguardo di un personaggio ritratto all'interno di una tela? Avete mai pensato "chi sarà mai stato/a"?
A me è capitato spesso. Sono archeologa, ma non disdegno le mostre d'arte. Ho iniziato a seguire assiduamente ogni mostra che era organizzata a Roma sin da quando iniziai a studiare Storia e conservazione del patrimonio artistico e archeologico presso l'Università di Roma Tre... Era il 2006, sono trascorsi molti anni, la mia formazione e la mia natura fanno sì che ogni tanto debba entrare in un museo. Non posso più farne a meno. L'ultima mostra che ho visitato è stata "Enjoy - L'arte incontra il divertimento" al Chiostro del Bramante, una esposizione d'arte contemporanea. Ho provato a comprenderla, a immedesimarmi nei vari artisti... e improvvisamente mi è piaciuta.
L'arte deve essere vissuta, non soltanto osservata superficialmente e velocemente, sfilando davanti a un dipinto, a una statua, a un'opera in generale, scattando foto a più non posso e collezionando semplicemente cartoline di una banale visita a un qualunque museo.


A Marlène capita qualcosa di eccezionale: visitando il Musée d'Orsay si imbatte in una tela, firmata da un pittore inglese, David Marlowe Scott, in cui una giovane donna, abbigliata con un magnifico vestito da ballo, si sta specchiando seduta al tavolo da toeletta, controllando il proprio aspetto prima di uscire. Eppure quella donna le somiglia terribilmente, anzi, è identica a lei.



Dopo la sorpresa del primo momento, Marlène - che aveva iniziato gli studi storico-artistici per poi, purtroppo, abbandonarli - avverte dentro di sé il desiderio di scoprire qualcosa in più su quella donna che la osserva dal dipinto, provando un legame con lei e, aiutata dall'affascinante Ètienne Viardot, comincerà a indagare il suo passato, seguendo le orme di una storia che non conosceva sulle tracce dell'opera intitolata "Dopo il ballo".


Era il 1929 quando Vianne, da un paesino di campagna vicino Parigi, decide di scappare di casa. Quella routine è troppo stretta per lei che vuole studiare botanica, libera di vivere la sua vita. Non vuole sposarsi con un uomo che non ama e che è stato scelto per lei, non vuole che la sua esistenza si riduca tra le mura di una casa a badare a figli e marito. 


Vianne ha sete di conoscenza, vuole provare emozioni... e Parigi è proprio il posto che fa per lei. E' sola quando arriva in città, ma non si scoraggia. Si rimbocca le mani, cerca un lavoro e conosce una ragazza, Clothilde, con cui condividerà l'alloggio e un'eterna amicizia.
Gli anni trascorrono, Vianne riesce finalmente a coronare il sogno di studiare botanica e incontra un pittore inglese, David Marlowe Scott... Il loro sarà un amore libero e travolgente, ma la situazione politica mondiale sta cambiando rapidamente. Hitler sta portando avanti le sue folli idee e la Francia verrà coinvolta nella Seconda Guerra Mondiale.


Il destino di Vianne e di Marlène è strettamente collegato. L'autrice ci accompagna sulle ali della storia a ripercorrere le tappe di un passato piuttosto recente, tragico ed emozionante, mentre l'immutabile arte unisce le vite di due donne così simili tra loro.
"Quell'appuntamento segreto a Parigi" è un romanzo che mi ha rapita completamente. Le descrizioni dettagliate mi hanno fatto ricordare quell'unica giornata trascorsa, ormai 7 anni fa, a Parigi, provocando un crescente desiderio di tornare per conoscere meglio i suoi vicoli, le sue atmosfere, i suoi musei. L'amore gioca anche un ruolo importante all'interno della storia: Marlène, soffrendo, ritrova però se stessa, la sua passione per l'arte e il rispetto per i suoi interessi, annullati da un matrimonio purtroppo fallimentare; Vianne vive una storia passionale, ma libera, priva di legami stabili, che la guerra contribuisce invece a rendere saldi ed eterni.
Ho un unico appunto, non all'autrice, né alla storia, ma alla casa editrice che ha curato la traduzione: alcuni passaggi sono evidentemente tradotti in italiano in maniera imprecisa, così come alcune espressioni. Non ho avuto difficoltà a comprenderli, ma la traduzione fedele è fondamentale nella trasposizione in lingua di un qualsiasi romanzo che altrimenti rischia di perdere la sua bellezza.

E' quindi con Parigi nel cuore che vi auguro buona giornata! Alla prossima!



domenica 15 ottobre 2017

Cagliari e dintorni: report di viaggio

Mentirei se dicessi che stavolta non ero agitata. Sono sincera: ero in ansia per la conferenza, lo sono sempre di solito, ma stavolta era diverso. La mia prima conferenza da PhD (proclamata tale, seppur ancora senza diploma) comportava una certa responsabilità, nonostante parlassi di un argomento che ormai fa parte di me. Come ho scritto qualche giorno fa su Facebook - e i miei contatti lo sanno bene - non mi abituerò mai a tutto questo... o forse sì, quando sarò più grande.
Un po' è colpa del carattere, un po' della "giovane" età, un po' anche della spavalderia che a me manca, mentre ad altri colleghi viene così naturale che sembra quasi siano nati con la sapienza infusa.
Eppure, è andato tutto bene e, oltre al carattere puramente scientifico di questo magnifico incontro di studi, sono riuscita a conoscere Cagliari.


Per la prima volta ho posato i miei piedi sul suolo sardo e sono stata davvero contenta di averlo fatto.
Appena giunta in città dall'aeroporto, ho subito percepito quell'odore di mare, di salsedine, di estate, nonostante sia ottobre. Al porto erano attraccate gigantesche navi da crociera che si ergevano imponenti accanto a barche a vela e yatch che, in confronto, sembravano tanto piccole, in miniatura.


Davanti al porto, i vicoletti del quartiere di Marina si inoltrano nella città, così tortuosi, stretti, colorati, ricchi di negozietti. Ho alloggiato lì, ma con il senno di poi non farei la stessa scelta. Purtroppo la situazione della sicurezza sta sfuggendo di mano al nostro paese e troppi individui dalle losche intenzioni sono riuniti in un'unica zona. Marina è stupenda, ma rischia di diventare la nuova Stazione Termini/Esquilino di Roma. Lo dico con la tristezza nel cuore e non proseguirò oltre su questo tasto. Ce ne sarebbero di cose da dire, ma forse ancor più da fare. L'azione occorre molto più della parola, ora come ora.
A Marina sorge la chiesa di Santa Eulalia. Volevo visitarla a tutti i costi perché studiai il culto di questa santa in occasione del viaggio in Spagna e, nello specifico, a Mérida di qualche anno fa. L'edificio barocco è un luogo solare e pacifico, rischiarato da una miriade di colori che si espandono e filtrano dai vetri delle cappelle laterali, regalando un'atmosfera quasi mistica.


Il mio animo archeologico è stato però attratto dagli scavi in cui sono visibili le varie fasi del sito, visitabili in un percorso davvero ben ideato.


Per terminare, il complesso prevede anche un piccolo museo ecclesiastico, in cui sono conservati arredi liturgici, dipinti e statue votive.
Inoltrandosi e perdendosi lungo le salite di Cagliari, è possibile imbattersi in resti archeologici che emergono tra i palazzi, come nel caso della distrutta chiesa di Santa Lucia,


oppure in minuscole perle di stampo barocco quale la chiesa di Sant'Antonio.
Via Manno è ricca di negozi: piccole e grandi marche si affiancano ai negozi tipici e di souvenir.
Non potrà passare inosservata la Collegiata di Sant'Anna, la cui facciata risplende di riflessi dorati e rosati alla luce del tramonto, e la cui cupola caratterizza dall'alto il panorama di Cagliari.


La lunga salita - Largo Carlo Felice che prosegue in via di Santa Margherita - conduce al quartiere di Castello, dominato per l'appunto dalla rocca in cui è installata la cosiddetta Cittadella dei Musei, con il Museo Archeologico e le varie aule dove si tengono le lezioni di archeologia.


La visuale da lì è spettacolare: Cagliari si estende ai piedi del monte, immersa e abbracciata dall'azzurrissimo mare.


Grazie alla mia amica Stefy - che non ringrazierò mai abbastanza per avermi fatta sentire a casa - sono riuscita a visitare Marina Piccola, con il suo spettacolare mare azzurro e la spiaggia del Poetto, così bianca in confronto a quella cui sono abituata;


a tutto ciò, si è aggiunta la Riserva Naturale del Molentargius, dove i magnifici fenicotteri rosa passeggiavano placidamente nelle acque delle saline, sotto lo sguardo vigile della Sella del Diavolo.


L'ultimo giorno di permanenza (e di convegno) ho visitato Nora (Pula). La cornice marina gioca sicuramente un ruolo importante nella meraviglia che il visitatore prova giungendo fin davanti alle rovine di questo sito pluristratificato. Un must per chiunque voglia scoprire la storia della Sardegna.


Il mio viaggio, iniziato in maniera piuttosto ansiosa, è terminato con una corsa in aeroporto. Un incidente sull'autostrada ha fatto sì che arrivassi mentre l'imbarco era iniziato. Ho saltato la fila verso i controlli (ringrazio chiunque abbia avuto pietà di me) e corso a perdifiato fino al mio volo, in maniera talmente incosciente da non aver nemmeno controllato il gate, fortunatamente azzeccato.
Una volta salita a bordo, neanche le mie consuete vertigini hanno fatto capolino. Ero talmente esausta che l'adrenalina era scemata, lasciando il posto alla stanchezza. Mentre l'aereo si alzava in volo su una costa illuminata da una miriade di luci, chiudevo persino gli occhi, rilassandomi e sorridendo.
Alla fine, la temerarietà, un pizzico di incoscienza, l'amicizia e la passione per la mia materia hanno prevalso su tutto il resto. Sono approdata a Roma con la voglia di riprendere il mio trolley blu, l'inseparabile zaino, la macchina fotografica e imbarcarmi per il prossimo volo.

N.B. Le foto sono TUTTE state scattate dalla sottoscritta. Ne detengo perciò OGNI diritto ed è severamente vietato usarle senza il mio esplicito consenso.

lunedì 11 settembre 2017

Recensione di "La piccola casa dei ricordi perduti" di Helen Pollard

Salve a tutti amici lettori! Questa è l'ultima recensione relativa a un romanzo letto durante le mie vacanze estive. Devo dire di essere stata fortemente attratta dalla copertina che trovo veramente deliziosa, ma andiamo a leggere la trama.


Trama: Emmy Jamieson arriva a La Cour des Roses, una bella pensione nella campagna francese, con l’intenzione di trascorrere due settimane di relax in compagnia di Nathan, il suo fidanzato. Tra loro c’è qualche problema, ma Emmy è certa che questa vacanza risolverà tutto. Si sbaglia… Neanche il tempo di disfare le valigie e Nathan se l’è già svignata con Gloria, la moglie di Rupert, il proprietario della pensione. L’uomo è scioccato ed Emmy, sentendosi in parte responsabile dell’accaduto, si offre di aiutarlo a gestire la pensione. Emmy ha il cuore a pezzi, ma si trova all’improvviso in una dimensione nuova, circondata da tanti amici. E anche da qualche uomo interessante: Ryan, il provocante giardiniere, e Alain, il ragazzo che si occupa dell’amministrazione, irritante ma bellissimo. Mentre Emmy si riappropria del proprio tempo e del contatto con la natura comincia a sentirsi a casa. Ma sarebbe una follia lasciare amici, famiglia e tutto ciò per cui ha sempre lavorato… O no?

Le prime pagine di lettura hanno già svelato il fatto che, come spesso accade, la traduzione italiana non fosse assolutamente relazionata al contenuto. Il titolo originale "The little French guesthouse" è molto più appropriato, trattandosi infatti del racconto della vicenda di Emmy non appena giunta alla Cour des Roses, una pensione dove trascorrere una vacanza con il proprio fidanzato, Nathan.


Il loro rapporto stava precipitando ed Emmy, accortasi della situazione, tenta di recuperare, riavvicinandosi a lui. Peccato che Nathan non sia intenzionato a rimanere con Emmy, scegliendo addirittura una donna molto più grande, Gloria, moglie del proprietario della pensione Rupert, con la quale scappa. Emmy è distrutta, ma non si abbatte, trovando nella gestione della pensione un ottimo svago. Quel posto è meraviglioso, immerso nel verde, vicino a un paesino che sembra uscito dalle fiabe. Ed Emmy rinasce, riscopre la bellezza della libertà e del poter effettuare le proprie scelte, facendo emergere tutta la sua forza femminile, puntando su se stessa e contando sui nuovi amici di cui si è contornata.


Ora qualche commento. Il romanzo è scorrevole, una piacevole lettura per trascorrere un po' di tempo libero. La protagonista è allegra, ironica, motivata a riprendere le redini della propria vita, senza abbattersi (in fin dei conti, non era sposata con Nathan, nonostante la convivenza, forse un po' azzardata con una persona che non aveva idee per il futuro).
Le ambientazioni sono magnifiche, ma lasciate in gran parte all'immaginazione del lettore.
La scrittrice si è concentrata essenzialmente sulla trama amorosa e sentimentale che tiene legata la narrazione. Si può definire quindi come una lettura leggera, senza particolari pretese.
La copertina e il titolo mi hanno però dato false speranze. Credevo di trovarmi davanti a un romanzo totalmente differente, nonostante la trama rifletta parzialmente lo svolgimento della storia.
Il libro è il primo di una serie. Al momento sono curiosa di sapere cosa farà Emmy della sua vita e quindi forse leggerò il seguito, ma non è tra i miei romanzi prioritari.



Bene, direi che è ormai una certa ora. Vi auguro quindi buonanotte!