mercoledì 19 aprile 2017

Recensione di "Il nostro amore è per sempre" di J. Patterson e E. Raymond

Buonasera amici! E' tardi, è mezzanotte passata, ma dopo le feste sono (forse) un po' più riposata da riuscire a tenere gli occhi aperti almeno per qualche minuto oltre il consueto crollo in stile Bella Addormentata (senza Principe Filippo).
Eccomi qui, dunque, a scrivere la recensione di "Il nostro amore è per sempre" di James Patterson in collaborazione con Emly Raymond.
Ero uscita da una delle mie assurde mattinate di ricerca in biblioteca e le mie gambe mi hanno di nuovo condotta in una libreria. Non ne ho potuto fare a meno. Mi piace scorrere qualche titolo, vedere quali siano le nuove uscite, i romanzi più recensiti e consigliati, e anche quelli incartati (parlo di LaFeltrinelli). Come sempre, ero ispirata da una decina di titoli che si aggiravano tutti sui 15 euro di copertina, prezzo un po' elevato per i miei ultimi standard. Ho preferito guardare tra gli economici. Alla fine, copertina rigida o copertina morbida non fa differenza: quel che conta si trova tra le pagine.
Ed ecco qui che mi sono ritrovata tra le mani "Il nostro amore è per sempre".


Trama: Axi Moore è una «brava ragazza»: studia, è riservata e non dice a nessuno che il suo desiderio più grande è scappare da tutto. L’unica persona con cui si confida è Robinson, il suo migliore amico, di cui, anche se non lo ammetterebbe per nulla al mondo, è anche pazzamente innamorata. Senza di lui non avrebbe senso fare quel che sta per fare: partire per un viaggio on the road. Di nascosto dal padre, abbandonando la scuola a poche settimane dagli esami. Solo Robinson può capire veramente il senso di questa esperienza. E con Robinson il viaggio si trasforma in una grande avventura, al suono delle musiche che amano, alla luce delle strade che percorrono, al ritmo dei loro cuori che battono. Un’avventura che sfugge a ogni regola e anche al loro controllo. Un’avventura indimenticabile… Intenso, romantico, emozionante, «Il nostro amore è per sempre» parla al nostro cuore. Tutti conosciamo la forza dirompente del primo amore.

Non voglio passare per una persona insensibile o sempre critica, ma devo dire che da questo romanzo mi aspettavo: 1. un'altra storia; 2. qualcosa di meglio, almeno nella prima parte.
La storia è raccontata da Axi, la brava ragazza che decide di infrangere le regole e di partire alla scoperta di quei luoghi che ha sempre desiderato visitare. Nella sua avventura si fa accompagnare dal suo migliore amico, Robinson, che per nulla al mondo lascerebbe.


Inizia così un viaggio scatenato, che vede i due fuggire dalle catene di una piccola realtà, rubando moto, auto e pickup per poter attraversare più rapidamente quegli immensi stradoni americani.


Las Vegas, Detroit, San Francisco, il bosco di sequoie... tantissimi luoghi che Axi aveva solo sognato si materializzano sotto i suoi occhi. Ed è insieme a Robinson perché è questo che nel suo cuore conta davvero. 


Proprio quando però i sentimenti si rivelano in tutta la loro intensità, c'è qualcos'altro, infido e sotterraneo che rovina ogni cosa... il futuro e le speranze sembrano vane. Allora forse si comprende quell'ansia di vivere, quella voglia di libertà, di essere scalmanati e di non pensare troppo. Quella volontà di prendere al volo ogni occasione perché potrebbero non esserci molte altre probabilità per vivere tutto questo più di una volta.


Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima non ho percepito molto, a parte l'irruenza tipica degli adolescenti. Quella voglia di fare, di andare, di lasciarsi tutto alle spalle tanto il mondo proseguirà a deludere... Avrei preferito però una maggior descrizione di luoghi visitati, una narrazione dettagliata delle sensazioni provate, cosa che invece non ho trovato tra quelle pagine. Sono sincera se dico che mi stavano anche un po' annoiando, se non fosse che ero pervasa dalla curiosità di conoscere l'interario completo.


La seconda parte si risolleva, esclusivamente perché il tragico avvenimento che coinvolge i due protagonisti conferisce senso alla fuga apparentemente immotivata della prima parte. E' allora che subentra il pathos, la sofferenza, la caducità della vita, la riflessione. Elementi questi che, a mio avviso, avrebbero potuto essere inseriti più armonicamente nello svolgimento della storia, senza effettuare un distacco così netto tra le due parti della narrazione. Nella seconda, infatti, ci sono pensieri e parole che appaiono di una maturità nettamente superiore e non attribuibile all'età dei due ragazzi.
Tuttavia, è un romanzo da leggere, certamente non il migliore di cui abbia sfogliato le pagine negli ultimi mesi, ma abbastanza bello. Ho segnato alcune frasi che mi sono piaciute... eh sì, perché anche io sono un un tantino romantica dietro questa scorza da dura.

<< Avrei avuto tutto quel che il denaro può comprare, ma non sarebbe stato come avere tutto quel che desideravo. Non ci sarebbe andato nemmeno vicino.>>


<<[...] non riuscivo nemmeno a trovare le parole per dire a un ragazzo che ero innamorata di lui. Che quando lo guardavo negli occhi mi sentivo annegare e salvare, nello stesso tempo. Che, se avessi dovuto scegliere tra morire domani e vivere il resto della mia vita senza di lui, avrei seriamente pensato di scegliere la morte immediata. Ero spaventata da quello che provavo. Ma era solo per questo che mi risultava così difficile dirglielo? Oppure temevo di non essere corrisposta? Sì, era decisamente questo a spaventarmi di più.>>


<<C'era un'altra cosa di cui non avevo tenuto conto ed era la possibilità di innamorarmi, velocemente e irrevocabilmente come si precipita da una scogliera, e accorgermi che amare qualcuno poteva significare aver voglia contemporaneamente di picchiarlo e abbracciarlo, e magari anche doverlo veder morire. No, di questo non avevo tenuto conto.>>

Al momento è tutto. La prossima lettura sarà "La signora dei gelsomini" di Corina Bomann. Vedremo dove mi condurrà stavolta l'autrice tedesca. Buona notte! 

martedì 11 aprile 2017

Ricercando... a Torino!

Buonasera lettori! Come state? Io sono tornata da un breve viaggio a Torino, mirato essenzialmente a consultare alcuni documenti in archivio. Certo, le ricerche sarebbero molto più belle se fossero pagate, ma in un momento come questo la "retribuzione" sembra essere il privilegio di pochi.
Ad ogni modo, si prosegue, non so per quanto ancora, ma si va avanti.
Ho avuto quindi l'occasione di visitare un po' Torino. Ho sicuramente perso i monumenti più belli e interessanti come Palazzo Madama e la Basilica di Superga, ho dovuto - mio malgrado - "saltare" il Museo del Cinema e il Lingotto, ma avrò un buon motivo per tornarci e visitare il tutto con calma.


Il primo giorno sono andata al Museo Egizio. Per un'archeologa e, soprattutto, appassionata dell'Egitto come me (alcuni sostanziosi scaffali della mia libreria sono occupati da volumi sulla terra dei Faraoni), è stata una tappa obbligata. L'ho trovato davvero splendido, sia per organizzazione che per esposizione; risulta, a mio avviso, magnifica l'apertura del magazzino musealizzato, seguendo FINALMENTE il modello estero.


Avevo studiato sui libri di museologia l'allestimento delle stanze buie con illuminazioni studiate ad hoc, in modo che le statue risaltassero e devo dire che, viste dal vivo, sono veramente spettacolari.


Ho però due piccoli appunti da fare:
- le didascalie bianche su sfondo trasparente (è il caso delle vetrine) sono completamente invisibili. Ho fatto molta fatica a leggere e mi sono dovuta avvicinare parecchio. Sarebbe più opportuno usare caratteri di un altro colore oppure inserire uno sfondo più scuro esclusivamente nella zona interessata dalla descrizione del reperto.
- il percorso visita mi è sembrato un po' troppo dispersivo. I reperti esposti sono tantissimi e le sale sono automaticamente numerose. La guida interattiva compresa nel prezzo di biglietto è un'ottima cosa, ma non basta selezionare il percorso tramite quello strumento. Si potrebbe creare un percorso fisico vero e proprio, con chiusure e frecce per far defluire il pubblico nella direzione desiderata.
Per il resto, nulla da dire. Solo tanti complimenti allo staff del museo e al direttore, Christian Greco, attualmente impegnato in missione. Il Museo Egizio di Torino è davvero uno splendore Italiano.


La prima giornata è poi proseguita con una lunga passeggiata verso via Garibaldi, ricca di negozi, dove ho potuto assaggiare gli agnolotti, specialità piemontese.


Durante la seconda giornata, ho dedicato la mattinata alle mie ricerche d'archivio, mentre fuori diluviava. Uscita di lì, però, la pioggia non ha accennato a diminuire. Sotto le gocce sempre più fitte, sono andata a visitare il Duomo, recandomi davanti la teca dove è conservata la Sindone, per poi uscire e dirigermi verso la Porta Palatina.




E' stata necessaria la pausa pranzo per riprendere energie utili a raggiungere la Mole Antonelliana.
Non ho visitato però il Museo del Cinema. Ci avrei impiegato tutto il pomeriggio e, con poco tempo a mia disposizione, avrei voluto vedere anche altri angoli della città, nonostante mi sia dispiaciuto molto.


Sono salita sull'ascensore e... beh, per una come me che soffre di vertigini la salita non è stata molto piacevole, anzi, direi di aver provato un misto di emozioni: paura e al contempo meraviglia per quell'architettura gigantesca all'interno della quale sembrava di volare. Forse potrei indicare il tutto con il concetto di "sublime", per dirlo alla Kant. La vista da lassù è stata però spettacolare: le Alpi innevate circondavano strade dritte e palazzi usciti da un'altra epoca, come se la realtà si fosse fermata; il giardino del Palazzo Madama spiccava stendendosi in una verdeggiante area palpitante nel cuore della città; il Po' era un corso argentato che luccicava sotto i timidi raggi di un freddo sole coperto dalle nuvole; infine, dall'alto, la Basilica di Superga sembrava vegliare in lontananza.


Dopo aver trascorso un bel po' di tempo a contemplare il panorama (neanche fossi il Viandante sul mare di nebbia di C. D. Friedrich), sono uscita dalla Mole e ho proseguito verso piazza Vittorio Veneto dove, in teoria, sarebbe dovuto passare un bus per arrivare alla chiesa di Santa Maria del Monte dei Cappuccini. La poca praticità ha fatto sì che il tram fosse quello sbagliato. Abbandonata perciò momentamente l'impresa, ho visitato la chiesa della Gran Madre di Dio, dalla cupola incredibilmente simile sia a quella del Pantheon che a quella della chiesa di San Bernardino alle Terme di Diocleziano a Roma. Al suo interno è ospitato il Larario dei caduti della prima guerra mondiale.


Si era ormai fatta una certa ora e se c'è una cosa che ho imparato è che è a Torino gli orari non sono affatto come quelli romani: verso le 19:30 i bar iniziano a proporre gli aperitivi e già verso le 21:30 molti locali sono chiusi, a meno che non si tratti di ristoranti un po' altolocati. Lo stesso Mc Donald's era praticamente vuoto già alle 21:15. Questo fatto mi ha sinceramente sopresa.
Passeggiando perciò nel giardino La Marmora, ricco di coloratissime viole, sono tornata in hotel.


Il terzo giorno, mappa alla mano e navigatore sul cellulare, ho preso il bus giusto per andare a visitare la chiesa dei Cappuccini.


La salita è veramente ripida, ma in compenso il panorama è magnifico. C'era pure una mongolfiera vicino alla Mole quella mattina.


All'interno della chiesa, ho notato un altare dedicato a S. Botonto, martire bambino, sepolto sulla via Nomentana nelle catacombe di S. Agnese. Ammetto la mia ignoranza perché non conoscevo proprio il suo culto. Accanto alla chiesa, vi è il museo Duca degli Abruzzi, dedicato alla montagna e direi per "specialisti" delle alture.
Un altro giro sul tram mi ha velocemente condotta fuori dal centro della città per visitare il magnifico Parco del Valentino, una vera e propria oasi di verde che si sviluppa sulle sponde del Po', pulite e valorizzate (qui a Roma, per il Tevere sembra ormai una pura utopia...).



Camminando, ho passeggiato per le viuzze del cosiddetto Borgo Medievale, una riproduzione molto carina di case medievali eseguita nel 1884 per l'Esposizione Generale Italiana.



Il treno ripartiva però alle 16:30 e mi sarebbe sinceramente piaciuto rimanere anche solo un giorno in più, ma Roma chiamava e gli impegni anche. Sono felice però di aver potuto visitare una città che merita sicuramente un secondo viaggio. Alla prossima, mia cara Torino!


p.s. le foto sono TUTTE di MIA esclusiva proprietà. Ne detengo perciò ogni diritto.

domenica 26 marzo 2017

Recensione di "Dopo di te" di Jojo Moyes

Buonasera a tutti amici e buona domenica!
E' tornata l'ora legale... non che sia felice di aver dormito un'oretta in meno, ma almeno le giornate sembrano più lunghe e, forse, regalano un briciolo di allegria in più.
La mia ultima lettura è stata "Dopo di te" di Jojo Moyes. E' difficilissimo esprimere la propria opinione dopo aver letto il primo romanzo, visto il film (con lacrime annesse... e a me non capita MAI!) e aver amato profondamente Will Traynor...
Andiamo a scoprire la copertina e la trama, poi intraprenderò quest'ardua impresa.


Quando finisce una storia, ne inizia un'altra. Come si fa ad andare avanti dopo aver perso chi si ama? Come si può ricostruire la propria vita, voltare pagina? Per Louisa Clark, detta Lou, come per tutti, ricominciare è molto difficile. Dopo la morte di Will Traynor, di cui si è perdutamente innamorata, si sente persa, svuotata. È passato un anno e mezzo ormai, e Lou non è più quella di prima. I sei mesi intensi trascorsi con Will l'hanno completamente trasformata, ma ora è come se fosse tornata al punto di partenza e lei sente di dover dare una nuova svolta alla sua vita. A ventinove anni si ritrova quasi per caso a lavorare nello squallido bar di un aeroporto di Londra in cui guarda sconsolata il viavai della gente. Vive in un appartamento anonimo dove non le piace stare e recupera il rapporto con la sua famiglia senza avere delle reali prospettive. Soprattutto si domanda ogni giorno se mai riuscirà a superare il dolore che la soffoca. Ma tutto sta per cambiare.
Quando una sera una persona sconosciuta si presenta sulla soglia di casa, Lou deve prendere in fretta una decisione. Se chiude la porta, la sua vita continuerà così com'è: semplice, ordinaria, rassegnata. Se la apre, rischierà tutto. Ma lei ha promesso a se stessa e a Will di vivere, e se vuole mantenere la promessa deve lasciar entrare ciò che è nuovo.
Questo romanzo appassionante e mai scontato è l'attesissimo seguito del bestseller internazionale Io prima di te. Jojo Moyes ha deciso di scriverlo dopo che per tre anni è stata letteralmente sommersa dalle lettere e dalle e-mail di lettori che le chiedevano che fine avesse fatto l'indimenticabile protagonista Lou.


Prendo un bel respiro e inizio scrivendo che è un romanzo che mi è piaciuto, l'ho amato (meno del precedente, ma ha fatto comunque centro nel mio cuore) nonostante il suo sapore agrodolce.
Louisa Clark, dopo un anno e mezzo dalla scomparsa dell'indimenticabile Will, non ha mantenuto la promessa fatta. Ha viaggiato, si è comprata una casetta a Londra, ma la sua vita non è cambiata più di così. Lavora in un bar dell'aeroporto e ogni giorno vede gente che parte e torna in patria, con una sorta di malinconia che la pervade. Lou non riesce ad andare avanti. Il passato, quel tremendo e scottante sentimento con nome e cognome, non c'è più, eppure lei sente ancora la sua voce, il suo profumo, percepisce la sensazione di averlo vicino. La verità è che Will ha lasciato un vuoto incolmabile nell'animo di Lou e lei ha timore di perdere il suo ricordo lasciandosi andare e aprendo il suo cuore a una qualsiasi altra persona.


Una sera, in cima alla terrazza di casa, Lou riflette, pensa, osserva Londra e si chiede il perché di tutto quel che è accaduto, ma ha bevuto troppo.. perde l'equilibrio e cade giù. L'ultima immagine che vede è quella di una ragazza sul terrazzo di casa sua... poi vi è l'ambulanza, il sangue e il paramedico dal sorriso rassicurante e dalle braccia forti.
Ho avuto paura a proseguire la lettura. Non volevo che anche a Lou capitasse, disgraziatamente, di rimanere su una sedia a rotelle, ma la nostra protagonista è forte e, nonostante le ossa rotte, si riprende. C'è solo da capire chi fosse quella ragazza, perché non è stato un miraggio o un'allucinazione. Quella ragazza era lì con lei e le aveva persino parlato. Nessuno sembra crederla, anzi, coloro che la circondano pensano si sia gettata volontariamente dalla terrazza a causa del dolore per Will, finché un giorno quella ragazza con le lentiggini e gli occhi azzurri si presenta alla sua porta sconvolgendole la vita. E a tutto ciò si aggiunge un uomo speciale che, con tanta dolcezza, forse farà tornare a vivere Louisa Clark.


Vorrei dire davvero molto di più, ma non posso. Rovinerei tutta la suspense. Quel che è certo è che lo consiglio assolutamente. Forse in un primo momento, qualche delusione l'avrete (anzi, ci sarà sicuramente se avete amato "Io prima di te"), ma imparerete ad apprezzare le svolte nella vita di Lou, la sua grande forza d'animo e la volontà di poter ricominciare nonostante tutto.
Lou è come una farfalla che improvvisamente aveva deciso di tornare nel proprio bozzolo, nascondendo i magnifici colori delle proprie ali. Eppure, l'inverno fortunatamente non è eterno, A volte la primavera bussa semplicemente alla porta di casa.
Una cosa però posso anticiparla: se avete avuto in antipatia Treena, sono sicura che la detesterete in questo volume. E' sempre più saccente, come se Lou dovesse fare da serva e portare a casa denaro... come se un figlio con uno sconosciuto fosse una disgrazia capitata dal nulla. Lou rimane sempre troppo buona. Una bella litigata con la sorella me la sarei fatta, solo per chiarire le cose: a ognuna la sua vita, a ognuna le proprie responsabilità.
Per il resto, godetevi questa lettura e tornate a far battere il cuore sulle frequenze giuste, tanto più che molto probabilmente l'autrice è pronta a regalarci la terza avventura di Louisa Clark.


sabato 25 febbraio 2017

Recensione di "Giovane carina molla tutto e cambia vita" di Lisa Owens

Buon sabato, amici! Mi prendo una pausa dalle mie ricerche, dedicandomi alla scrittura del blog e, nello specifico, della recensione di "Giovane carina molla tutto e cambia vita" di Lisa Owens. Andiamo a leggere la trama:


A volte bisogna fare un salto nel buio, mollare tutto e seguire i propri sogni. Claire Flannery ha trovato il coraggio di farlo. E adesso? Claire ha lasciato il lavoro per scoprire la sua vera vocazione, ma non sa da che parte cominciare. Correre la maratona di New York? Finire di leggere tutti i classici lasciati a metà? Di fronte a lei ci sono tantissime possibilità, forse troppe. E intanto le giornate passano tra un giro su internet, un bicchiere di vino di troppo a pranzo e gli incoraggiamenti della nonna («Ricordo cosa significa avere la tua età. Certo, io avevo già quattro figli…»). Gli altri intorno a lei sembrano avere tutto sotto controllo, a Claire invece sta sfuggendo tutto di mano. Intenso, tenero e divertente, il brillante esordio di Lisa Owens è la storia di una donna in un delicato momento di cambiamento, il diario di una trentenne confusa e (in)felice: la voce fresca e profonda della nuova generazione è arrivata.

Ho acquistato questo romanzo in un momento particolare, che in realtà è stato solo l'inizio dell'incubo cui vanno incontro tutti i neolaureati e dottori di ricerca Italiani e che genera stati d'animo non troppo confortanti, anzi, li definirei decisamente deprimenti. La fatidica domanda "Che ne sarà di me adesso?" è giunta, senza fare troppi giri di parole. Pensi alla pubblicazione della tua ricerca... d'accordo, ma nessuno ti paga per farla e la stessa pubblicazione non porta lavoro. L'estero? Ci vogliono soldi per andare all'estero. Fai un altro corso? Occorrono comunque soldi e alla fine ti ritrovi al punto di partenza. Borse di studio? Ahahahah una barzelletta per i comuni mortali.
La triste verità è che non si sa quale strada prendere (a meno che qualcuno non l'abbia già tracciata per te, ovviamente, ma non sono casi frequenti). Il mondo della ricerca è tanto bello, quanto frustrante. Più volte passa per la testa il pensiero "mollo tutto e cambio vita", anche se quel sogno che ti tormenta da sempre prosegue insistentemente a farsi largo nei tuoi pensieri e a suggerirti di tenere duro e di crederci.


Ecco perciò che, durante una passeggiata post ricerche archeologiche in biblioteca (si vd. il sogno che non ti abbandona e diventa un'ossessione), mi sono ritrovata in libreria, nuovamente contornata da volumi (non polverosi) e da quel confortante odore di carta stampata. 
Avevo una giftcard da utilizzare e ho notato la copertina azzurra e rosa di questo romanzo, la cui trama rifletteva pensieri a me affini e dalla quale sembrava trapelare un po' d'ironia per tentare di prendere alla leggera una situazione da brivido (alias, disoccupazione).
Eppure questo romanzo non mi ha convinta affatto. Ho letto anche altre recensioni di blogger e a tutte ha fatto un po' lo stesso effetto. Dopo qualche anno di lavoro in un ufficio che non le piaceva, Claire si licenzia per andare alla ricerca di quel che realmente fa per lei. La verità, però, è che la ragazza non conosce esattamente la sua vocazione e tenta di scoprirla. 


Forse andrà bene scrivere le targhe per i monumenti e i luoghi storici? Oppure insegnare in una scuola? Tenta di confrontarsi anche con gli amici, ottenendo spesso l'effetto del non sentirsi adeguata. I suoi coetanei sono sposati, vorrebbero dei figli... mentre lei? Claire convive con Luke, che sta terminando l'apprendistato in Neurochirurgia. E' un uomo paziente, dolce, cui piacerebbe sposarsi e stabilizzare la relazione, ma l'insicurezza di Claire condiziona anche quella scelta.
I genitori di lei sono abbastanza "sconclusionati"... Claire finisce per litigare con sua madre per un aneddoto riguardante il nonno che definirei piuttosto inquietante. Questo fatto - che non anticipo - monopolizza gran parte dei pensieri di Claire quando si tratta della sua famiglia.
A un certo punto sembra esserci una svolta, ma in realtà il lavoro a tempo "determinatissimo" per cui è chiamata riguarda nuovamente il posto che aveva volontariamente lasciato. Claire lo accetta, ma è trattata con una certa inferiorità, soprattutto quando in azienda è entrata la giovane raccomandata di turno.
In sintesi, la vita della protagonista si svolge tra la ricerca nel web di posti di lavoro adatti (e qui la capisco perfettamente), aperitivi, dialoghi con Luke e i dissapori famigliari.


Cosa mi ha lasciato questo romanzo? Poco e niente. L'intento di denunciare, in chiave forse più leggera, la situazione penosa in cui la generazione degli anni '50-'60 ha lasciato noi giovani, non è riuscita per via di una scarsa definizione del personaggio. Claire non ha fondamentalmente un sogno. Si barcamena, senza obiettivi precisi nella vita. Voglio dire, lasci il lavoro perché sostieni che non faccia per te? Bene, ma almeno dedicati a fare ciò per cui ti senti portata! Eppure, lei non lo sa, lei non si conosce e, non conoscendosi, non sa nemmeno dove andare a parare. Di conseguenza, Claire non cambia vita. Rimane nel limbo del "che farò del mio domani?".
Inoltre, un ruolo fondamentale lo ha giocato la tecnica narrativa. Non si tratta di un diario, bensì di una serie di pensieri suddivisi in paragrafi, di riflessioni che probabilmente, nell'intenzione dell'autrice, avrebbero dovuto far immedesimare il lettore con Claire, tentando di pensare (?) come lei. Ahimè, non ha avuto l'effetto desiderato e, spesso, si perde il filo del discorso.
Mi trovo quindi in disaccordo con la critica che aveva acclamato questo romanzo, paragonandolo alla storia di una nuova Bridget Jones. E' comunque un vero peccato perché la narrazione avrebbe potuto essere svolta in maniera nettamente migliore.

Da "Sàkomar" è tutto. Il prossimo romanzo sarà... "Dopo di te" di Jojo Moyes, attesissimo seguito di "Prima di te" che ho decisamente adorato. Speriamo non ci siano delusioni dietro l'angolo.
Buona domenica!

venerdì 10 febbraio 2017

Recensione di "I nostri cuori chimici" di Krystal Sutherland

Buonasera amici! Vi scrivo da un blog che ha cambiato, già da qualche giorno, aspetto. Vi piace? Mi mancava troppo il richiamo all'acqua, alla sua trasparenza, alle placide onde che si infrangono sugli scogli o al sussurrare del ruscello nel bosco. Ho perciò optato per un "ritorno" alle origini, meno Sàkomariano, meno vintage (com'era il secondo template che avevo scelto), ma più riflettente la mia personalità.
Stasera vi presenterò la recensione di un romanzo pubblicato di recente: "I nostri cuori chimici" di Krystal Sutherland. Lo avete letto? Intanto procediamo con copertina e trama.


Trama: Henry Page, 17 anni, è l'ultimo dei romantici, da sempre all'inseguimento del grande amore. E forse proprio per questo, non si è mai innamorato. Ma un giorno in classe arriva Grace Town, e tutto cambia. Grace cammina aiutandosi con un bastone, porta vestiti troppo grandi per lei, ha sempre lo sguardo basso. Henry se la ritrova accanto nella redazione del giornale della scuola, e presto ne rimane incantato. Grace ha ovviamente qualcosa di spezzato, ma questo non fa che attirare Henry, convinto di poterle ridonare quel sorriso che fino a pochi mesi prima era una sua quotidiana compagnia. Ma forse ciò che è spezzato non sempre si può riparare, e il grande amore è più amaro di quanto i romantici credano.


La storia di Henry e di Grace comincia come ogni storia adolescenziale (o almeno, come la maggior parte di esse): tra i banchi di scuola.
Henry Page è un ragazzo sensibile, si vorrebbe dedicare alla redazione del giornale della scuola ed è romantico, forse troppo per il giorno d'oggi. Cerca l'amore perfetto, quella relazione idilliaca alla Romeo e Giulietta, convinto che i suoi genitori siano il prototipo di quel che significa "amare".


A 17 anni perciò non ha ancora avuto una ragazza accanto a sé e non si è mai innamorato, finché non incrocia lo sguardo spento di Grace Town, una stranissima creatura. Grace indossa abiti da ragazzo, ha i capelli biondi che non lava da giorni, zoppica appoggiandosi a una stampella ed è scostante.
Attratto dal mistero che la circonda, Henry inizia a parlare con lei, cercando di conoscere ogni suo aspetto, ogni sua debolezza, fino a innamorarsene. Grace però è ferita. Ha l'animo incredibilmente lacerato da un recente passato da cui non riesce a staccarsi e da sensi di colpa per i quali si impone la punizione del ricordo quotidiano.
Nonostante le ferite che Grace infligge costantemente, Henry non si arrende. Vuole aggiustare i cocci di Grace, rimetterli al proprio posto, incollarli e saldarli proprio come fanno i giapponesi con il Kintsugi valorizzando gli oggetti rotti con venature dorate. Ma riuscirà Henry a farsi amare davvero da Grace?


Prima di tutto si tratta di un contemporary romance YA (Young Adult), quindi destinato essenzialmente a un pubblico adolescente, ma io sono convinta che non ci sia età per leggere i libri. Un adulto può leggere libri da bambini e da ragazzi in qualsiasi momento della sua vita. E devo dire che complessivamente mi è piaciuto abbastanza. Ho effettuato un salto indietro nel tempo, fino a giungere al liceo (epoca che non ricordo con piacere per svariati motivi) e a pensare con il cervello di una diciassettenne romantica, a volte ingenua, esattamente come capita ad Henry. Ma "I nostri cuori chimici" non è un romanzo melenso, anzi, mostra i sentimenti in tutta la loro cruda realtà. Sono sensazioni che derivano da processi chimici, nient'altro che biologia, meccanismi che si attivano per motivi misteriosi e ci coinvolgono fino a farci stare male.
Grace è un personaggio complesso. La sua psiche è rimasta intrappolata in un trauma molto grave e la realtà sembra scorrerle attorno priva di senso, finché sono i sentimenti a risvegliarle l'animo... anche se il passato, che sembra sempre legarla indissolubilmente a sé, la spinge a ferire.


Henry è un ragazzo ironico, amante di Harry Potter (punto a suo favore), romantico, sognatore, illuso che l'amore si presenterà ai suoi occhi in maniera perfetta, che riuscirà a riconoscere la sua anima gemella perché è così che le "fiabe" hanno tramandato. La realtà, invece, insegna che l'amore non si riconosce. E' imprevedibile, imperfetto, pieno di errori, persino brutto, ma sono proprio quei difetti a rendere qualcosa unico e perciò amabile nella sua essenza. Ma l'amore spesso ti riduce in pezzi scomposti, straziandoti l'anima anche quando sei così giovane. E quando questo capita, bisogna avere il coraggio di lasciare andare le persone. Il tempo curerà i tagli.


"I nostri cuori chimici" è un romanzo in cui i personaggi protagonisti maturano, crescendo insieme, imparando e cambiando.
La mia opinione personale? Il romanzo non è un capolavoro, ma scorre velocemente e si legge bene. Credevo riuscisse a coinvolgermi maggiormente come ha fatto solo in alcune sue parti.
L'adattamento della narrazione al punto di vista di un ragazzo ha fatto sì che l'autrice usasse espressioni che, personalmente, detesto, con intercalare di parole volgari e modi di dire tutt'altro che poetici. Come ho già detto in altri casi, non vi è nulla di sconvolgente, ma i romanzi dovrebbero essere un trampolino di lancio, un esempio da cui partire. Se ai nostri ragazzi proponiamo libri in cui si scrive come si parla tutti i giorni, non lamentiamoci del risultato, ovvero di persone essenzialmente cafone che non si rendono nemmeno conto di non riuscire ad esprimersi in italiano e in maniera educata.
Ho apprezzato alcuni pensieri, forse troppo poetici e maturi per essere verosimilmente attribuiti a ragazzi di diciassette anni che, nonostante tutto, ho segnato perché fanno breccia nel cuore del lettore.
Alla fine, consiglio il romanzo che, tuttavia, potrà non piacere a tutte le tipologie di lettore.


<<Potrei dirti che quando ti innamori di qualcuno le parti del cervello si attivano come quando hai fame e sete. E potrei dirti che quando la persona che ami ti lascia, tu muori di fame, la agogni, soffri di astinenza, come un tossico con la droga. E so che tutto questo sembra molto poetico, o esagerato, o drammatico, ma non lo è. Lo strazio che senti nel cuore è scienza, come l’amore.>>


<<L’amore non deve durare una vita per essere reale. Non puoi giudicare la qualità di un amore dal tempo che dura. Tutto muore, incluso l’amore. A volte muore con una persona, a volte muore in se stesso. La più grande storia d’amore mai raccontata non deve riguardare due persone che hanno passato tutta la vita insieme. Potrebbe essere un amore che è durato due settimane, due mesi o due anni, ma è bruciato più luminoso e caldo e sfavillante di qualunque altro amore precedente o futuro. Non piangere per un amore fallito: non esiste un concetto simile. Ogni amore si equivale nel cervello.>>


<<Grace Town è stata una esplosione chimica nel mio cuore. È stata una stella che si è trasformata in supernova. Per qualche fugace attimo ci sono stati luce e calore e dolore, più luminosi di una galassia, e nella sua scia lei non ha lasciato altro che oscurità. Ma la morte delle stelle fornisce i mattoni della vita Tutti noi siamo fatti di materia stellare. Tutti noi siamo fatti di Grace Town.>>


La mia prossima lettura sarà "Giovane carina molla tutto e cambia vita" di Lisa Owens. Direi che è sincronizzato con la mia attuale situazione. Chissà come cambierà la vita della protagonista (e come la mia)?

sabato 28 gennaio 2017

Recensione di "The Siren" di Kiera Cass

Buonasera a tutti amici! Sono state giornate abbastanza piene, tra riprese di "idee" lasciate in fase embrionale e festeggiamenti per la laurea di mia sorella.
Intanto ho terminato di leggere "The Siren" di Kiera Cass.



Trama: L'amore è un rischio che vale la pena correre. Kahlen è una sirena, una meravigliosa e pericolosa creatura al servizio dell'Oceano. Ma non è sempre stato così. C'è stato un tempo in cui Kahlen era soltanto una ragazza come tutte le altre. Poi, un giorno, mentre stava annegando, l'Oceano l'ha salvata e le ha regalato una seconda possibilità. Anche se a un prezzo terribile. Per ripagare il suo debito, Kahlen infatti ha dovuto rinunciare a una vita normale e ai suoi sogni, primo fra tutti quello di amare ed essere amata, per attirare in acque mortali, con il suo canto letale e ammaliatore, altri esseri umani. Per cento anni. Solo allo scadere di questo tempo, potrà finalmente tornare a parlare, ridere e vivere liberamente. Fino ad allora una sua parola sarà sufficiente a uccidere un uomo. Così, quando un giorno incontra Akinli, Kahlen sa bene che legarsi a lui è l'errore peggiore che possa fare. Innamorarsi di un essere umano infrange tutte le regole dell'Oceano. Ma Akinli, gentile, premuroso e bellissimo, è il ragazzo che ha sempre sognato. Quanto sarà disposta a rischiare per seguire il suo cuore?

Attenzione: la recensione contiene SPOILER.

Avevo notato questo romanzo più volte durante le mie mille visite alle varie librerie di Roma. La copertina mi aveva attratta, proprio come il canto delle sirene fa con i marinai. Tuttavia, devo ammettere di essere rimasta un po' delusa dalla storia narrata da Kiera Cass.
Prima di tutto, Kahlen è diventata una sirena in circostanze inizialmente abbastanza misteriose, che diverranno più chiare con lo svolgersi del racconto. Sappiamo che iniziò la sua nuova vita nel 1933 ed era su una nave con il padre, la madre e il fratello minore. Sono pochissimi i dettagli, eppure Kahlen sembrava non avere particolari problemi con la propria famiglia. Delle altre sirene viene narrato il passato, talvolta in maniera troppo frettolosa e soffermandosi solo su Padma, la ragazza proveniente dall'India che ha un retroscena traumatico dovuto purtroppo a schemi culturali retrogradi.
Ciò che mi ha meravigliato è che, mentre Elizabeth, Padma e Miaka non ricordano con piacere i piccoli frammenti della passata vita umana e sono perciò felici di essersi lasciate tutto alle spalle divenendo immortali per 100 anni, Kahlen aveva una famiglia normale, per cui non aveva motivo di provare rancore. Kahlen però non parla dei suoi genitori, né di suo fratello. Sembra quasi che non le importi della sua umanità perduta, che Oceano sia più madre della sua vera madre, che voglia più bene a questa "entità" che in teoria dovrebbe odiare, che delle sconosciute siano più sorelle del suo vero fratello e che viva con nonchalance un susseguirsi di giorni privi di senso, se non quello di nutrire Oceano con nuovi naufragi quando le viene ordinato. E questo costituisce il primo degli elementi surreali e a me incomprensibili (forse sarò troppo sensibile io? Mah).


Secondo elemento: le sirene, da che mondo è mondo, sono esseri mitologici. Nell'antichità avevano un aspetto molto simile a quello delle Arpie (metà donne e metà uccelli), poi divennero metà donne e metà pesce. Le sirene della Cass hanno un aspetto umano, persino quando entrano nell'Oceano, ma il loro corpo viene rivestito di magnifici vestiti da sera composti di sale marino. Ora, la cosa in sé potrebbe pure essere considerata originale, se non fosse che la figura della sirena che nuota con l'abito da sera non regge minimamente.


Terzo elemento: l'utilizzo del maiuscolo per indicare l'entità "Oceano", come se ci si rivolgesse a una divinità. A mio avviso, è davvero eccessivo dover leggere ogni volta quelle maiuscole. La superiorità dell'Oceano e il rispetto che le sirene portano alla loro "culla vivente" si comprende benissimo nell'arco della narrazione, senza il bisogno di inserire queste accortezze abbastanza inutili.


Quarto elemento: Akinli. Mi ha incuriosita il nome che, sinceramente, non sapevo nemmeno esistesse. In pratica la storia ruota tutta intorno alla sua presenza e, fin qui, potrebbe pure andar bene se l'obiettivo dell'autrice fosse stato quello di creare una storia d'amore. Ma è una storia d'amore surreale! Kahlen e Akinli si conoscono minimamente e, tra le altre cose, lei non ha neppure mai parlato sul serio con lui (essendo muta, ma questo si esaminerà dopo). Come possono provare un amore così grande l'uno per l'altra da stravolgere le leggi dell'Oceano?! Sembra più paradossale delle storie Disney in cui principe e principessa si conoscono in qualche ora e si giurano amore eterno.


Quinto elemento: le sirene dispongono di denaro illimitato che permette loro di affittare o possedere case in ogni parte del mondo. Incredibile per esseri che sono muti e sembrano non lavorare (Kahlen finge di studiare all'università). Vivono sulla terraferma e si confondono con gli umani... mi è sembrato di avere a che fare con i vampiri di Twilight, solo che la storia della Meyer era almeno plausibile. Una sirena che non vive in mare, che sirena è?


Sesto elemento: ho trovato la ripresa di molti elementi tratti da film d'animazione e cartoni animati. Queste quattro sirene - se si esclude Aisling che terminerà i suoi anni di legame all'Oceano nel corso della storia - sembrano le protagoniste di Mermaid Melody che cantano e indossano vestiti particolari. 


Inoltre, la scena iniziale del naufragio mi ha ricordato tantissimo alcuni fotogrammi del film d'animazione "Anastasia", quando la protagonista è vittima di un incantesimo lanciato da Rasputin durante il quale sogna di stare con la sua famiglia. Lei, incantata dal contesto e completamente sonnambula, si lascia trasportare, fin quasi a cadere dalla nave  su cui viaggiava nel mare in tempesta (poi viene salvata all'ultimo dal bel Dimitri). 


Infine, come non riuscire a notare assonanze con "La Sirenetta"? Le ragazze non possono infatti parlare essendo la loro voce letale per gli umani e trascorrono la loro vita completamente mute.
La canzone infatti recita nelle prime strofe:
"Arrenditi e getta il tuo cuore in quest'onda... La tua anima sarà salva anche se affonda".
Ricordate quando Ariel dona la sua voce a Medusa in cambio di un paio di gambe? Ma soprattutto quando Eric e Ariel si innamorano nonostante lei sia completamente muta? Ecco, ho rivisto le stesse scene nella storia di Kahlen e Akinli.


Ora, è possibile che, nella stesura di un romanzo, l'autore inserisca elementi già visti in alcuni film o letti in alcuni romanzi, magari in maniera anche inconsapevole. In questo caso però il mix di elementi che personalmente ho trovato abbastanza surreali e la ripresa di dettagli non troppo originali ha fatto sì che questo romanzo fosse, a mio avviso, un po' banale. Anche lo stesso sentimento che lega Kahlen e Akinli e che avrebbe potuto essere il filo rosso di base del racconto romantico, non mi ha travolta affatto, perché mancavano semplicemente i passi fondamentali per far sì che il lettore provasse le medesime emozioni dei protagonisti. Per dirla in maniera più "poetica", anche il lettore conosce pochissimo Akinli per potersene innamorare.
"The Siren" è una lettura leggera, da poter terminare in poche ore (io ho mille cose da fare e ci ho impiegato qualche giorno), ma non mi ha convinta affatto. Dato il successo che ha avuto nel web e che ha condotto il libro autopubblicato alla pubblicazione da parte di una casa editrice, credo che la gran parte dei lettori non abbia avuto le mie stesse impressioni. In fondo, de gustibus...
Mi scuso per alcuni spoiler, ma sinceramente non ho potuto evitarli.
La mia prossima lettura sarà "I nostri cuori chimici". Ho letto opinioni contrastanti, Vedremo cosa ne penserò sfogliando l'ultima pagina.
Da Sàkomar è tutto. Buona serata!