sabato 24 giugno 2017

Recensione di "Il veleno dell'oleandro" di Simonetta Agnello Hornby

Buon pomeriggio lettori! Come va? L'estate è cominciata e sicuramente qualcuno di voi sarà già al mare sotto l'ombrellone, a sorseggiare un cocktail freddo, leggendo un buon libro, prima di tuffarsi nel mare azzurrissimo; oppure siete andati in montagna, a fare lunghe passeggiate nei campi, godendovi relax e tranquillità che solo certi luoghi riescono a infondere.
Io mi trovo ancora in una afosa Roma che, lentamente, si sta spopolando e sto cercando di sfruttare fino agli ultimi sgoccioli sia la mia energia mentale, che gli orari di apertura delle biblioteche per ultimare le ricerche, mentre si cerca di sgomitare in un mondo del lavoro che sembra proprio avere le porte serrate. Ma siamo fiduciosi...
Dunque, ho terminato di leggere il romanzo "Il veleno dell'oleandro" di Simonetta Agnello Hornby, di cui inserisco copertina e trama:


Trama: Pedrara. La Sicilia dei Monti Iblei. Una villa perduta sotto alte pareti di roccia tra l’occhieggiare di antiche tombe e il vorticare di corsi d’acqua carezzati dall’opulenza degli oleandri. È qui che la famiglia Carpinteri si raduna intorno al capezzale di zia Anna, scivolata in una svagata ma presaga demenza senile. Esistono davvero le pietre di cui la donna vaneggia nel suo letto? Dove sono nascoste? Ma soprattutto, qual è il nodo che lega la zia al bellissimo Bede, vero custode della proprietà e ambiguo factotum? Come acqua nel morbido calcare i Carpinteri scavano nel passato, cercano negli armadi, rivelano segreti - vogliono, all’unisono, verità mai dette e ricchezze mai avute. Tra le ombre del giorno e i chiarori della notte, emergono influenze di notabili locali, traffici con i poteri occulti, e soprattutto passioni ingovernabili. Le voci di Mara, nipote prediletta di Anna, e di Bede ci guidano dentro questo sinuoso labirinto di relazioni, rimozioni, memorie, fino a scavalcare il confine della stessa morte. Simonetta Agnello Hornby mette a fuoco, con la sapienza di una immaginazione maestosa, un micromondo che pare allargarsi, con un brivido, a rappresentare i guasti, le ambizioni e le ansie di liberazione dell’universo famigliare, tutto intero.


Avevo acquistato questo romanzo con tanta ispirazione e, purtroppo, mi sono ritrovata a forzarne la lettura per terminarlo. Non riesco a lasciare i libri a metà, anche se non mi piacciono e stavolta ho fatto veramente fatica. Già dall'inizio, gli eventi si susseguono in un lento cadenzare di azioni, avvolte da torbidi misteri. Al capezzale di Anna, signora della villa di Pedrara, si riuniscono Luigi, figlio avuto da Tommaso, Giulia e Mara, figlie acquisite e in realtà nipoti di Anna, zia che fece loro da madre sposandosi con il padre vedovo. Già inizialmente si scorge il primo rapporto "ingarbugliato" che si infittisce quando compare l'oscura figura di Bede Lo Mondo, il bel factotum dall'aura palesemente mafiosa e dalle tendenze sessuali veramente ambigue che lo condussero in passato a fuggire, rifugiandosi a Pedrara. Qui incontra Tommaso, che ama alla follia, e Anna, che ama allo stesso modo. Ma Bede ha loschi traffici con il clan mafioso di zona che si occupa di produzione di marijuana e di commercio di immigrati africani, alloggiati come spettri nelle grotte sepolcrali di Pedrara (che appaiono, chiaramente, come quelle di Pantalica, dove è ambientata tutta la narrazione).


Mara, tornata a Pedrara, è un'osservatrice acuta, la cui curiosità e, a volte, disgusto appaiono così forti da farla fuggire, rifugiandosi altrove, verso il lago, il giardino, gli oleandri rossi e in fiore. La ricerca del tesoro di nonna Mara, infatti, la condurrà a scoprire lati nascosti e oscuri della psiche di suo padre, ma anche delle perversioni di cui è vittima sua sorella Giulia.
Proprio mentre ogni cosa sembra precipitare, finalmente viene fuori il presunto tesoro... ma qualcosa non sembra procedere per il verso giusto.


Il finale si ricollega con l'inizio della narrazione, ovvero la morte in contemporanea di Anna e Bede, mentre un'altra parte riguarda un lieto fine agrodolce che interessa Mara più di ogni altro.

A mio avviso, la storia è risultata "pesante" per i numerosi intrecci famigliari che, spesso, mi hanno fatto perdere il filo. Inoltre, i flashback di Bede si inseriscono nella narrazione contemporanea troppo prepotentemente, mentre il lettorre vorrebbe andare avanti, procedere, capire quale mistero avvolga la famiglia Carpinteri. Infine, il nodo di tutto sta nei vari "gusti" sessuali ambigui che manifestano alcuni dei protagonisti e che, essenzialmente, dominano gli occultamenti di ricordi, prove e quant'altro. L'inserimento del traffico di droga e di immigrati clandestini è forse un tentativo di contestualizzazione odierno che però, a mio modo di vedere, non era completamente necessario, anche perché rivestono un ruolo veramente marginale.


Ho apprezzato soltanto la descrizione dei luoghi, di quella Sicilia che in parte scorre nelle mie vene, del profumo del mare, delle rocce assolate, dei paesaggi brulli alternati a macchie di verde e di colore, in tal caso il rosso dei bellissimi e velenosi oleandri. 


E a volte mi è parso di sentir scottare il sole sulla pelle, ricordando con un pizzico di nostalgia il maggio dell'anno scorso in Sicilia, tra Catania e Siracusa: gli angoli grigi e barocchi della prima ai piedi del vulcano; l'arenaria, i colori e il mare della seconda. 
Termino con alcune frasi e pensieri che ho apprezzato:


<<A scuola e nel lavoro devi obbedire. Con il resto, non devi mai dire di sì per educazione o per fare contento un altro. Quando vuoi una cosa, devi dire di sì; e devi dire di no, se non ti piace più. Ricordatelo>>.


<<"Aspettiamo... io ho sempre aspettato..." diceva la zia.
"Ma fino a quando?" Avevo bisogno di certezze.
"Quanto ci vuole. Si aspetta fino a quando è necessario. E nel frattempo si godono le cusuzze nostre">>.


<<Non ho mai smesso di essere felice, quando disegnavo>>.


<<"L'amore capita, non si pianifica. E quando si ama si dimentica il passato e il futuro. L'importante, te l'ho detto, è non fare il male">>.

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